Gabriele Gravina, presidente uscente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, ha rotto il silenzio durante un'intensa intervista rilasciata al programma "Otto e mezzo" su La7, affrontando i temi caldi che hanno portato alla fine del suo mandato. Dopo la drammatica sconfitta contro la Bosnia ed Erzegovina nella finale degli spareggi, che ha sancito l'esclusione della Nazionale dai Mondiali per la terza volta consecutiva, Gravina ha scelto di fare un passo indietro. Ha chiarito con fermezza di non aver subito pressioni esterne per lasciare l'incarico, descrivendo la sua decisione come una scelta personale e ponderata. Il prossimo 22 giugno si terranno le elezioni per nominare il suo successore, con Giovanni Malagò e Giancarlo Abete indicati come i principali candidati a guidare la federazione in questa delicata fase di transizione.
Nonostante il pesante verdetto sportivo che ha colpito l'Italia, Gravina ha difeso con vigore l'operato della sua gestione negli ultimi anni. L'ex numero uno di via Allegri ha dichiarato apertamente di non ritenere il suo mandato un fallimento, invitando a guardare oltre il semplice risultato della Nazionale maggiore. Secondo Gravina, la FIGC è attualmente considerata una delle federazioni più stimate e apprezzate a livello internazionale, grazie a una serie di progetti strutturali e innovazioni che hanno coinvolto tutto il movimento calcistico. Ha sottolineato come la valutazione del lavoro federale non debba basarsi esclusivamente su episodi isolati o su singole partite, ma sulla complessità delle attività svolte per la crescita del sistema calcio in Italia e in Europa.
Un punto centrale del suo discorso ha riguardato la confusione dei ruoli che spesso regna nel dibattito pubblico sportivo. Gravina ha lamentato il fatto che molti tifosi e osservatori attribuiscano alla Federazione responsabilità che in realtà competono alle leghe professionistiche o ai singoli club. Ha spiegato che i calciatori che vestono la maglia azzurra dipendono quotidianamente dalle società di appartenenza e che la FIGC deve muoversi all'interno di un quadro normativo e legislativo ben preciso. Le sue dimissioni sono state presentate come un gesto di protezione verso l'istituzione, necessario per evitare che la Federazione rimanesse eccessivamente esposta a quella che ha definito una sorta di isteria istituzionale scatenatasi dopo l'eliminazione dai Mondiali.
Infine, Gravina ha affrontato con estrema durezza le speculazioni riguardanti un ipotetico ripescaggio dell'Italia ai Mondiali del 2026 al posto dell'Iran. Ha definito tali proposte come vergognose, ribadendo che il merito sportivo deve rimanere l'unico criterio valido per la partecipazione alle grandi competizioni internazionali. Pur ammettendo che i tifosi italiani siano gli unici a meritare davvero il palcoscenico mondiale per la passione dimostrata, ha confermato che la squadra non ha guadagnato sul campo il diritto di esserci. Questo addio segna la fine di un'epoca complessa, lasciando ai futuri vertici federali l'arduo compito di ricostruire la credibilità e la competitività di un movimento che necessita di riforme profonde per tornare ai vertici del calcio mondiale.

















