Il panorama calcistico italiano sta attraversando una fase di profonda incertezza politica a seguito delle dimissioni di Gabriele Gravina, il quale ha denunciato apertamente l'influenza di pesanti fattori esterni nelle dinamiche federali. In questo clima di estrema tensione, Giovanni Malagò, recentemente indicato dalla Lega Serie A come il profilo ideale per la successione, ha espresso una posizione molto cauta durante un recente intervento pubblico. Il presidente del CONI ha definito la prospettiva di guidare la FIGC come una sfida affascinante, sottolineando però la necessità di compiere numerose riflessioni prima di sciogliere le riserve. Malagò sta cercando di smarcarsi dalle etichette politiche che lo vorrebbero come un candidato imposto da una sola fazione o, al contrario, come un uomo osteggiato da alcuni settori del governo, consapevole che la partita si vincerà solo con una solida base numerica.

La risposta più fragorosa alla candidatura di Malagò è arrivata da Claudio Lotito, senatore e patron della Lazio, che si è distinto come l'unico presidente di club a non appoggiare la linea della Serie A. Durante un'audizione presso la settima Commissione, Lotito ha sferrato un attacco frontale sostenendo che il Parlamento abbia rinunciato alle proprie prerogative sovrane sulla gestione dello sport nazionale. Il senatore ha presentato un documento tecnico, che molti osservatori attribuiscono alla consulenza giuridica di Lorenzo Casini, volto a giustificare un commissariamento della Federcalcio entro il 30 aprile 2026. Tale manovra si baserebbe esplicitamente sulla normativa vigente stabilita dalla legge numero 280 del 17 ottobre 2003, uno strumento legislativo che permetterebbe un intervento diretto della politica sulla gestione sportiva.

Il progetto illustrato da Lotito prevede una struttura di comando straordinaria composta da due sub-commissari e un comitato ristretto di cinque membri, di cui tre di nomina politica e due indicati direttamente dalla FIFA, con un mandato esteso fino al 31 dicembre 2028. Secondo questa visione, il commissario straordinario godrebbe di una totale autonomia gestionale, dovendo rispondere del proprio operato esclusivamente alle camere parlamentari e non ai vertici sportivi. Tale proposta ha suscitato lo scetticismo del Ministro per lo Sport Andrea Abodi, il quale ha scosso la testa durante l'esposizione del documento, ribadendo l'urgenza di una riforma strutturale del sistema e dei programmi piuttosto che un semplice avvicendamento di nomi. Nel frattempo, Angelo Binaghi, presidente della federazione tennis, ha criticato aspramente l'ipotesi Malagò, definendo risibile l'idea che possa essere lui l'uomo delle riforme dopo le occasioni sprecate in passato.

Sul fronte opposto, Giancarlo Abete ha iniziato a muovere le sue pedine per far pesare il 34% dei voti detenuti dalla Lega Nazionale Dilettanti, un pacchetto di consensi fondamentale per determinare gli equilibri elettorali futuri. L'ex presidente federale sta lavorando intensamente per compattare i delegati regionali, ottenendo un sostegno quasi unanime che isola la sola Lombardia e impedisce alla Lega di Serie B di schierarsi prematuramente con il fronte favorevole a Malagò. In questo scenario di attesa strategica, la Lega B ha preferito non esprimere alcun parere ufficiale nell'ultima assemblea, consapevole che esporsi in questo momento di scontro frontale tra i due schieramenti principali rappresenterebbe un rischio politico troppo elevato. La sensazione è che la battaglia per il controllo del calcio italiano sia solo alle sue battute iniziali, con implicazioni che potrebbero cambiare radicalmente il volto delle istituzioni sportive nei prossimi anni.