Carlo Ancelotti si ritrova nuovamente sotto le luci dei riflettori negli Stati Uniti, un luogo che evoca ricordi agrodolci per la sua straordinaria carriera sportiva. Se nel 1994 sedeva in panchina come assistente del leggendario Arrigo Sacchi, vedendo sfumare il sogno mondiale proprio contro il Brasile ai calci di rigore, oggi il destino ha rimescolato le carte in modo sorprendente. Il tecnico emiliano è stato infatti chiamato a guidare la Seleção nella spedizione iridata del 2026, con l'obiettivo dichiarato di cucire sulla maglia verdeoro la sesta stella. Questa nomina segna una svolta epocale per la federazione brasiliana, che per la prima volta in oltre sessant'anni ha deciso di affidare la propria nazionale a un allenatore straniero, rompendo una tradizione nazionalistica radicata ma necessaria per superare le recenti delusioni internazionali.
Il rapporto tra Ancelotti e la Coppa del Mondo è sempre stato caratterizzato da una sorta di incompiutezza che il tecnico desidera ora colmare definitivamente. Da calciatore, la sfortuna lo ha perseguitato nei momenti cruciali: un infortunio al ginocchio gli impedì di far parte della spedizione vittoriosa di Enzo Bearzot nel 1982, mentre nel 1986 e nel 1990 rimase ai margini del campo, prima per scelta tecnica e poi come riserva inutilizzata nella semifinale persa contro l'Argentina. Vincere il Mondiale da allenatore rappresenterebbe dunque la chiusura di un cerchio perfetto, elevandolo nell'olimpo dei più grandi di sempre. Dopo aver conquistato il titolo in tutti i cinque principali campionati europei e aver sollevato cinque Champions League, la sfida con il Brasile appare come l'ultima frontiera di un uomo che ha già vinto tutto a livello di club.
La scelta della federazione brasiliana non è affatto casuale, ma si basa sulla comprovata capacità di Ancelotti di eccellere nelle competizioni a eliminazione diretta. Mentre i campionati nazionali premiano la costanza su un arco di trentotto partite, i tornei brevi come il Mondiale richiedono una gestione psicologica e tattica dei momenti critici che l'allenatore italiano padroneggia come pochi altri al mondo. La sua filosofia, meno dogmatica rispetto a quella di Sacchi e più vicina alla flessibilità paterna di Nils Liedholm, sembra essere il vestito perfetto per una squadra ricca di talento individuale ma spesso fragile sotto pressione. Ancelotti porta con sé un bagaglio di esperienza internazionale che potrebbe finalmente risolvere i problemi strutturali che hanno impedito al Brasile di superare i quarti di finale nelle ultime edizioni.
Un altro fattore determinante è l'empatia naturale che Ancelotti ha sempre dimostrato verso i calciatori brasiliani, un legame che affonda le radici nella sua infanzia. Il tecnico ha spesso ricordato come la finale del 1970, vinta dal Brasile di Pelé, Jairzinho e Carlos Alberto contro l'Italia, sia stata il momento in cui ha compreso per la prima volta l'immensa portata del talento sudamericano. Nel corso della sua carriera ha allenato icone del calibro di Kakà, Cafu, Ronaldo e Ronaldinho al Milan, fino ai successi più recenti con Vinicius Junior, Rodrygo ed Eder Militao al Real Madrid, passando per Thiago Silva al Paris Saint-Germain e Marcelo. Questa profonda conoscenza della cultura calcistica brasiliana e la capacità di gestire le forti personalità dello spogliatoio lo rendono il candidato ideale per armonizzare un gruppo che cerca disperatamente di tornare sul tetto del mondo dopo ventiquattro anni di digiuno.