Camminando per le strade di Città del Messico in questi giorni, è praticamente impossibile non imbattersi nell'immagine di Hugo Sánchez. Il leggendario ex attaccante del Real Madrid è ovunque, dai cartelloni pubblicitari ai piccoli schermi, impegnato a promuovere ogni tipo di prodotto in vista dell'imminente rassegna iridata che vedrà il Paese come co-organizzatore. Accanto a lui, compaiono sporadicamente i volti di Raúl Jiménez e Alexis Vega del Toluca, ma Sánchez resta il sovrano incontrastato del marketing sportivo nazionale. Nonostante l'aeroporto sia tappezzato di insegne della FIFA che accolgono i visitatori stranieri, l'atmosfera che si respira non è quella di una gioia incondizionata. Tra il traffico soffocante della capitale e le venditrici ambulanti che offrono maglie della nazionale non ufficiali, si percepisce una strana miscela di rassegnazione e attesa commerciale, più che una vera e propria mania collettiva per l'evento sportivo.

Il contesto sociale, tuttavia, getta un'ombra pesante sui preparativi della manifestazione. La città è attualmente paralizzata da scioperi degli insegnanti e proteste di piazza che rendono la circolazione un incubo quotidiano per residenti e turisti. A queste manifestazioni si aggiungono le voci strazianti delle donne che cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma dei 134.000 scomparsi nel Paese, oltre alle proteste di giudici in pensione che rivendicano i propri diritti. Molti cittadini messicani esprimono una profonda frustrazione, sentendosi quasi un elemento di contorno rispetto a quello che percepiscono come il grande spettacolo mediatico di Donald Trump negli Stati Uniti. Questa sensazione di essere in secondo piano, unita alle tensioni politiche interne, crea un clima di caos che rischia di oscurare il calcio giocato ancor prima del fischio d'inizio della gara inaugurale tra i padroni di casa e il Sudafrica.

Dal punto di vista prettamente agonistico, lo scetticismo regna sovrano tra i tifosi della selezione locale. Pochi credono che la squadra possa compiere un cammino memorabile, e l'entusiasmo sembra limitato agli addetti ai lavori o ai pochi turisti che iniziano timidamente ad arrivare nelle zone centrali. Il nuovo formato del torneo, voluto fortemente dalla FIFA, non aiuta a stemperare i dubbi degli appassionati: con l'espansione a 48 squadre, la fase a gironi prevederà ben 72 incontri totali. Questo mastodontico calendario servirà inizialmente solo a eliminare le compagini classificate dal 33° al 48° posto, rendendo il percorso verso la fase a eliminazione diretta estremamente lungo e potenzialmente privo di mordente. Il rischio concreto, evidenziato da molti analisti, è che molte partite dell'ultimo turno dei gironi vedano contrapposte squadre già qualificate, minando l'interesse del pubblico globale e la tensione agonistica che ha sempre caratterizzato i Mondiali.

Oltre alle questioni di campo, questa edizione nasce sotto il segno delle polemiche burocratiche e finanziarie che coinvolgono i vertici del calcio mondiale. Le difficoltà nell'ottenimento dei visti, i prezzi esorbitanti dei biglietti e l'atteggiamento di Gianni Infantino, giudicato da molti troppo accondiscendente verso le politiche statunitensi, hanno alimentato un sentimento di sdegno generale. C'è chi ipotizza che questo possa essere il punto di rottura definitivo, capace di innescare un serio movimento di riforma all'interno della FIFA per contrastare una deriva puramente commerciale. Tuttavia, nonostante le ombre legate alla gestione logistica e alle proteste sociali, il calcio sta per riprendersi la scena con il debutto ufficiale e la successiva sfida tra Corea del Sud e Cechia. Resta da vedere se la magia del pallone riuscirà a far dimenticare, almeno temporaneamente, le critiche su un torneo che appare già segnato da scelte strutturali controverse.