Il 76° Congresso della FIFA, svoltosi in Canada, è stato segnato da un momento di estrema tensione diplomatica che ha messo in serio imbarazzo il presidente Gianni Infantino. Mentre il numero uno del calcio mondiale confermava ufficialmente la sua volontà di candidarsi per un terzo mandato consecutivo il prossimo anno a Rabat, in Marocco, ha cercato di orchestrare una stretta di mano pubblica sul palco tra i rappresentanti delle federazioni di Israele e Palestina. Tuttavia, il gesto simbolico, pensato per proiettare un'immagine di unità sportiva di fronte al conflitto in corso, si è trasformato in un clamoroso fallimento diplomatico davanti alla platea internazionale, evidenziando le profonde fratture che il calcio non riesce a sanare.
Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio palestinese, ha rifiutato categoricamente di posare accanto a Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della federazione israeliana, proprio mentre si rivolgeva ai presenti. Durante il suo intervento, Rajoub ha espresso con forza il dolore del suo popolo esclamando: "Stiamo soffrendo". La situazione umanitaria descritta è drammatica: con il conflitto a Gaza che si avvicina al suo terzo anno, i dati della Croce Rossa Britannica aggiornati a marzo 2026 parlano di un bilancio devastante che supera le 69.000 vittime, tra cui si contano almeno 17.000 bambini, e un numero di feriti che ha raggiunto quota 170.000. Anche Susan Shalabi, vicepresidente della federazione palestinese, ha rincarato la dose dichiarando ai microfoni della Reuters di non poter stringere la mano a chi viene utilizzato per coprire politiche di oppressione e violenza.
Nonostante l'evidente imbarazzo per il rifiuto ricevuto in diretta, Infantino ha cercato di minimizzare l'accaduto, scrollando le spalle e ribadendo l'impegno della FIFA nel voler agire come mediatore. Il presidente ha dichiarato: "Lavoreremo insieme, presidente Rajoub e vicepresidente Suliman. Lavoriamo uniti per dare speranza ai bambini. Queste sono questioni complesse". Questo episodio si aggiunge a una serie di momenti controversi che hanno caratterizzato la presidenza dell'italo-svizzero, succeduto a Sepp Blatter nel 2016. Dalle aspre critiche per l'organizzazione del Mondiale in Qatar, difeso all'epoca con il celebre e discusso discorso in cui affermava di sentirsi vicino a diverse minoranze, fino alle attuali difficoltà nel gestire le implicazioni politiche dello sport, la leadership di Infantino continua a navigare in acque agitate proprio mentre si avvicina il prossimo appuntamento elettorale.
L'ombra della geopolitica si allunga inevitabilmente anche sul Mondiale 2026, che si terrà tra pochi mesi tra Canada, Messico e Stati Uniti. L'evento, che dovrebbe rappresentare la massima celebrazione del calcio nordamericano, è attualmente condizionato dalle tensioni internazionali e dalle posizioni politiche dell'amministrazione Trump. Un segnale allarmante è arrivato proprio durante i lavori del congresso annuale: l'Iran è stata l'unica nazione tra le 211 affiliate a non essere rappresentata a Vancouver. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa locale Tasnim, la delegazione iraniana sarebbe stata respinta ai controlli di frontiera, impedendo ai suoi dirigenti di partecipare all'evento e aggiungendo un ulteriore tassello di incertezza a un panorama calcistico globale sempre più frammentato e influenzato dai conflitti esterni.
La gestione di questi attriti interni mette a nudo la fragilità della diplomazia sportiva quando si scontra con realtà belliche e crisi umanitarie di vasta scala. La FIFA si trova oggi in una posizione estremamente scomoda, cercando di mantenere una neutralità apparente mentre i suoi membri chiedono prese di posizione nette e sanzioni. Il fallimento della mediazione di Infantino in Canada non è solo un incidente isolato, ma riflette la difficoltà di utilizzare il calcio come ponte di pace in contesti dove le ferite sono ancora aperte e sanguinanti. Con l'avvicinarsi della rassegna iridata, la pressione sulla governance mondiale del calcio è destinata ad aumentare esponenzialmente, richiedendo una capacità di gestione che vada ben oltre la semplice organizzazione logistica dei tornei.

















