Mircea Lucescu non mollerà. L'allenatore della Romania, a otto decenni di vita e una carriera leggendaria alle spalle, si presenta in panchina nonostante una condizione di salute precaria che lo ha costretto a tre ricoveri ospedalieri negli ultimi mesi. Pur soffrendo di una malattia che ha scelto di mantenere privata per non farla diventare il centro dell'attenzione mediatica intorno alla squadra, il tecnico rumeno è determinato a guidare la nazionale nella cruciale semifinale playoff mondiale contro la Turchia, con l'obiettivo concreto di riportare il Paese al Mondiale dopo quasi tre decenni di assenza.

Nei colloqui con la stampa internazionale, Lucescu ha illustrato le ragioni dietro una scelta che potrebbe sembrare rischiosa dal punto di vista personale. Dopo aver ricevuto il via libera dai medici per proseguire l'attività di allenatore, ha deciso di non abbandonare il progetto perché nessuna alternativa gli sembrava adeguata in questo momento delicato. La federazione rumena, da parte sua, non aveva trovato una soluzione migliore. «Non posso andarmene da codardo», ha sottolineato con fermezza il tecnico, ribadendo che continuerà fino a quando la situazione lo permetterà.

Nonostante le difficoltà fisiche, Lucescu ha mantenuto un controllo minuzioso del lavoro della nazionale, seguendo i giocatori a distanza durante i periodi di ospedalizzazione e comunicando costantemente con lo staff tecnico. Ha già iniziato a preparare mentalmente la squadra per quella che sarà una vera e propria battaglia: il match si disputerà nell'inferno del Besiktas Akatlar Arena di Istanbul, uno stadio che Lucescu conosce intimamente per il suo passato nel calcio turco. L'atmosfera sarà ostile, le condizioni psicologiche difficili, soprattutto per i giocatori meno esperti a questo tipo di contesti.

L'esperienza ventennale in Italia – dove ha allenato Pisa, Brescia, Reggiana e l'Inter – e quella internazionale rappresentano il bagaglio che porta in questa sfida fondamentale. Per Lucescu, superare questa semifinale playoff significherebbe chiudere un altro capitolo straordinario di una vita calcistica straordinaria: portare la Romania al Mondiale dopo 28 anni di attesa sarebbe un'impresa memorabile, possibilmente la sua ultima grande missione.