Javier Pastore, il talentuoso trequartista che ha indossato le maglie di Palermo, Roma e Paris Saint-Germain, ha concesso un'intervista alla Gazzetta dello Sport in cui ripercorre gli insegnamenti della sua formazione calcistica e analizza i mali del calcio nostrano. Con la nazionale italiana che rischia di esclusione dai Mondiali per la terza volta consecutiva, le sue riflessioni assumono un peso particolare nel dibattito sulla crisi del sistema calcistico tricolore.

Pastore affonda le radici della sua straordinaria creatività nelle strade di Cordoba, la sua città natale in Argentina. «La mia infanzia è stata totalmente dedicata al pallone», ricorda l'ex calciatore. «Andavo a scuola dove ogni ricreazione si trasformava in una partitella, poi trascorrevo due o tre ore ad allenarmi con la squadra di quartiere e, una volta tornato a casa, scappavo subito fuori per giocare con gli amici fino a quando mia madre non mi chiamava per cena. Questo è accaduto fino ai quindici, sedici anni». È proprio da questa scuola di strada che nasce il suo marchio di fabbrica: il dribbling, il tunnel, i gesti tecnici inaspettati che lo hanno reso celebre nei migliori palcoscenici europei.

«Molte volte, durante una partita, dopo un gol o un passaggio vincente, mi sono fermato a pensare che quel gesto l'avevo imparato giocando per strada da ragazzo», racconta Pastore. «La capacità di inventare, di trovare la soluzione tattica non convenzionale, deriva da quella libertà creativa che si sviluppa quando si gioca senza schemi rigidi». Tra i gesti che lo caratterizzano maggiormente spicca il tunnel, il quale lo ha accompagnato lungo tutta la carriera e rimane il suo preferito in assoluto.

Ma è quando analizza il presente che Pastore punta il dito sui veri problemi del calcio italiano. «I club italiani hanno una grande responsabilità: dovrebbero concedere molto più spazio ai giovani talenti, senza aspettare che raggiungano i 23-24 anni per farli debuttare», sostiene con fermezza. «Quando arrivai a Palermo, trovai giocatori di quella fascia d'età che non giocavano perché i dirigenti ritenevano dovessero ancora crescere. Io a 19 anni ero già nella squadra principale». Questo approccio conservatore della dirigenza italiana rappresenta, secondo la sua analisi, uno dei fattori principali dietro al declino della nazionale e alla perdita di quella ricchezza creativa che nasce naturalmente dalla strada.

Riguardo ai campioni contemporanei, Pastore ammira giovani come Mbappé, Dembélé e Lamine Yamal, capaci di compiere azioni straordinarie con uno stile proprio. Tuttavia, osserva che al giorno d'oggi è più affascinante assistere al gioco collettivo ben orchestrato di una squadra, come nel caso del Paris Saint-Germain, piuttosto che alla performance del singolo campione.

À proposito del suo soprannome «El Flaco», Pastore sorride ricordando che anche questo, come tanti altri aspetti della sua personalità calcistica, affonda le radici nel calcio di strada argentino, dove gli pseudonimi sono la norma e i nomi veri rimangono relegati a pochi contesti formali.