In un'epoca dominata dalla frenesia dei social network, dai video brevi e da un linguaggio spesso impoverito, la storia del Napoli ritrova la sua anima più profonda attraverso le parole di chi quella storia l'ha scritta e vissuta in prima persona. Mimmo Carratelli, decano del giornalismo sportivo nato nel 1934, rappresenta oggi il ponte ideale tra il passato glorioso e il futuro imminente del club partenopeo, che si appresta a tagliare il traguardo dei cento anni di vita nel 2026. Con i suoi novantadue anni, Carratelli vanta un legame quasi simbiotico con la maglia azzurra, avendo iniziato a seguire le gesta della squadra fin dai tempi in cui il calcio a Napoli si respirava tra le strade del Vomero, ben prima dell'avvento delle moderne arene tecnologiche. La sua testimonianza non è solo un esercizio di memoria, ma un atto d'amore verso una maglia che ha visto evolversi attraverso i decenni, mantenendo intatta la propria identità nonostante i cambiamenti epocali del sistema calcio.
Il racconto di Carratelli non è una semplice cronaca, ma un affresco vivido popolato da figure leggendarie che hanno segnato epoche lontane e che rischiano di essere dimenticate dalle nuove generazioni. Tra i ricordi più preziosi emergono i profili di Castelli e Granata, due mediani dotati di una tecnica così sopraffina che, secondo il giornalista, non avrebbero sfigurato nel Barcellona stellare di Xavi e Iniesta per la loro capacità di gestire il pallone. Non mancano aneddoti curiosi e quasi surreali, come quello legato a Celso Posio, centrocampista di rara eleganza che sfiorò una vincita milionaria al Totocalcio sbagliando solo il pronostico della sua stessa squadra, o la parata fortuita di Casari che fermò un tiro a botta sicura dello juventino Praest in modo del tutto non convenzionale. Questi frammenti di vita vissuta restituiscono la dimensione di un calcio che era anzitutto passione pura e narrazione popolare.
La narrazione si sposta poi sulla fisicità e sull'estro di campioni che sembrano usciti da un romanzo d'altri tempi, capaci di imprese atletiche che oggi definiremmo eroiche. Si parla di Bruno Gramaglia, il ligure che dedicò la carriera al Napoli e che una volta tentò disperatamente di fermare il gigante svedese del Milan, Gunnar Nordahl, rimanendo aggrappato alla sua maglia per cinquanta metri senza riuscire a scalfire la potenza del celebre attaccante rossonero. Emergono anche le innovazioni tattiche anticipate dai tecnici dell'epoca, come il terzino ungherese Vinyei spostato al centro dell'attacco per sfruttare il suo tiro devastante, o la rivendicazione orgogliosa di Dolo Mistone, che si definiva il vero primo terzino fluidificante del calcio italiano, anticipando di fatto il ruolo che avrebbe poi reso celebre Giacinto Facchetti a livello internazionale. Sono storie di un calcio pionieristico, dove l'ingegno sopperiva spesso alla mancanza di mezzi.
Nonostante l'era moderna sotto la gestione di Aurelio De Laurentiis abbia portato il Napoli ai vertici del calcio internazionale con successi straordinari, inclusi scudetti e una stabilità finanziaria mai vista prima, il cuore della memoria storica batte ancora forte per quel calcio romantico che va dalle origini fino all'epopea di Diego Armando Maradona. Carratelli sottolinea con onestà intellettuale come, sebbene i trionfi recenti siano impressi nei suoi occhi per la loro bellezza tecnica, i legami affettivi e le amicizie nate con calciatori e allenatori del passato, come il mitico Bruno Pesaola, conservino un valore inestimabile e difficilmente replicabile nel contesto attuale. In vista delle celebrazioni per il centenario, questo immenso patrimonio di ricordi funge da bussola per una tifoseria che, pur guardando con ambizione alle sfide della Serie A contemporanea, non dimentica le radici profonde e i volti storici che rendono il Napoli una realtà sportiva unica e inimitabile nel panorama mondiale.



















