Enrico "Ricky" Albertosi, leggenda del calcio italiano e protagonista dell'epico Mondiale del 1970, è tornato a parlare di uno dei suoi avversari più iconici: Evaristo Beccalossi. In una recente intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, l'ex portiere del Milan ha espresso parole di profonda stima per il numero dieci nerazzurro, definendolo un calciatore meraviglioso e una vera gioia per chiunque amasse il bel gioco. Il ricordo di Albertosi si snoda attraverso gli anni d'oro della Serie A, quando i derby della Madonnina non erano solo scontri per il primato cittadino, ma vere e proprie sfide tra campioni assoluti che hanno segnato un'epoca indelebile nella memoria dei tifosi e degli addetti ai lavori.

Uno dei momenti più significativi rievocati dall'ex estremo difensore riguarda la celebre doppietta siglata da Beccalossi in un derby giocato sotto una pioggia battente. Albertosi ha voluto fare chiarezza su un aneddoto storico, smentendo categoricamente che il fantasista gli avesse mai rivolto la famosa frase "Sono Evaristo, scusa se insisto" subito dopo aver segnato. Secondo il portiere, quella fu un'invenzione giornalistica del compianto Beppe Viola, poiché Beccalossi, all'epoca giovanissimo, non si sarebbe mai permesso una simile confidenza verso un veterano di quarant'anni. In quella sfida, il Milan scendeva in campo con lo scudetto e la stella sul petto, ma Albertosi riconosce sportivamente che, nonostante gli errori difensivi dei rossoneri, la vera stella in campo quel giorno fu proprio il talento dell'Inter.

Analizzando le caratteristiche tecniche di Beccalossi, Albertosi ha sottolineato la rarità del suo stile di gioco, fatto di dribbling imprevedibili e una costante proiezione offensiva. L'ex portiere ha evidenziato come il numero dieci non tornasse mai indietro con il pallone, preferendo puntare l'avversario con scatti a zig-zag che mandavano in tilt le difese avversarie. Questo modo di interpretare il calcio viene messo in netto contrasto con la filosofia attuale, che Albertosi critica aspramente per l'eccessiva prudenza e la tendenza ai passaggi all'indietro. Con una punta di amarezza, ha osservato come oggi si veda troppa ansia in campo, citando l'esempio del Milan attuale dove il portiere Mike Maignan finisce spesso per toccare più palloni di un attaccante di talento come Rafael Leao.

Un altro tema centrale della riflessione riguarda l'assenza di Beccalossi dalla spedizione azzurra ai Mondiali del 1982. Albertosi ha spiegato che, nonostante l'immenso talento del fantasista bresciano, la concorrenza dell'epoca era spaventosa, con il commissario tecnico Enzo Bearzot che preferì affidarsi a Giancarlo Antognoni, una scelta poi premiata dal trionfo storico in Spagna. Tuttavia, l'ex portiere è convinto che nel panorama calcistico odierno, caratterizzato da una minore densità di fuoriclasse puri, Beccalossi sarebbe un titolare fisso della Nazionale italiana. La mancanza di giocatori capaci di saltare l'uomo e inventare la giocata decisiva rende il ricordo di Evaristo ancora più prezioso per chi ha vissuto il calcio di quegli anni.

Infine, Albertosi ha rivolto uno sguardo all'Inter contemporanea, ammettendo di apprezzare la capacità realizzativa della squadra guidata da Simone Inzaghi, nonostante la sua mentalità rimanga quella di un portiere di altri tempi che preferirebbe vedere meno gol subiti. Alla domanda se Beccalossi troverebbe spazio in questa attuale formazione nerazzurra, la risposta è stata categorica: un giocatore con quella fantasia e quella classe non solo giocherebbe, ma farebbe ancora oggi la differenza in qualsiasi contesto tattico. Il calcio è cambiato profondamente nella preparazione e nei ritmi, ma per Albertosi il talento puro resta un linguaggio universale che non conosce tramonto, specialmente quando si parla di un fuoriclasse che sapeva trasformare ogni possesso palla in un'opera d'arte.