Il mondo del calcio italiano si stringe nel dolore per la perdita di uno dei suoi interpreti più estrosi e amati: Evaristo Beccalossi si è spento nella notte tra martedì e mercoledì 6 maggio presso la Poliambulanza di Brescia. L'ex fantasista, che avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio, stava affrontando un periodo estremamente difficile dal punto di vista clinico. Nel gennaio 2025, un'improvvisa emorragia cerebrale lo aveva colpito duramente, costringendolo a un lungo e sofferto ricovero caratterizzato da un coma durato ben 47 giorni. Nonostante la sua tempra e l'affetto costante dei suoi cari e dei tifosi, le complicazioni seguite a quel tragico evento hanno portato alla sua scomparsa, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di chi ha vissuto l'epoca d'oro del calcio romantico.

Nato a Brescia nel 1956, Beccalossi ha rappresentato l'essenza stessa del numero 10 classico, un calciatore capace di accendere la fantasia delle folle con giocate imprevedibili e una tecnica sopraffina. Cresciuto nel vivaio delle Rondinelle, il suo approdo all'Inter nel 1978 segnò l'inizio di un'epopea durata sei stagioni intense. In maglia nerazzurra ha collezionato 216 presenze ufficiali tra campionato e coppe, mettendo a segno 37 reti che sono rimaste scolpite nella memoria collettiva. Tra queste, spicca indubbiamente la leggendaria doppietta realizzata nel derby contro il Milan del 28 ottobre 1979, una prestazione che lo consacrò definitivamente come idolo assoluto della Curva Nord. Sotto la guida tecnica di Eugenio Bersellini, fu uno dei pilastri fondamentali per la conquista del dodicesimo scudetto interista nella stagione 1979/80 e della Coppa Italia nel 1981/82.

Il suo stile di gioco era talmente unico da meritarsi l'ammirazione dei più grandi critici e dirigenti dell'epoca. Il celebre giornalista Gianni Brera, colpito dalla sua straordinaria capacità di saltare l'avversario con una naturalezza disarmante, coniò per lui il soprannome Dribblossi, un termine che fondeva il suo cognome con la sua dote principale. Anche lo storico dirigente Peppino Prisco ebbe parole di pura poesia per descriverlo, affermando che Beccalossi non si limitava a giocare con la palla, ma era la palla stessa a sembrare felice di giocare con lui. Secondo Prisco, il fantasista non colpiva il pallone con forza bruta, ma lo accarezzava costantemente, quasi volesse riempirlo di attenzioni e affetto. L'Inter, nel suo commosso messaggio di cordoglio, ha sottolineato come il suo talento fosse un dono innato, coltivato con la determinazione di chi, pur essendo destro naturale, passava ore nel garage di casa ad allenare il sinistro fino a diventare un calciatore praticamente onnipotente con entrambi i piedi.

Dopo la parentesi milanese e l'avvicendamento in squadra con Hansi Müller, Beccalossi proseguì la sua carriera alla Sampdoria, dove ebbe il merito di contribuire in modo decisivo alla vittoria della prima Coppa Italia nella storia del club blucerchiato durante la stagione 1984/85. Il suo percorso agonistico lo portò successivamente a vestire le maglie di Monza e Barletta, prima di chiudere ufficialmente con il calcio giocato nel 1987. Una volta appesi gli scarpini al chiodo, non ha mai abbandonato l'ambiente sportivo, ricoprendo ruoli dirigenziali di rilievo e diventando un volto noto e apprezzato della televisione italiana in qualità di opinionista. La sua scomparsa riunisce idealmente i suoi vecchi compagni di squadra, da Giuseppe Baresi ad Alessandro Altobelli, fino a Gabriele Oriali e Gianpiero Marini, in un ricordo corale di un'epoca in cui il calcio era fatto di traiettorie dipinte e azzardi sfrontati che facevano innamorare intere generazioni.