San Siro ha assistito a un derby infuocato, concluso con la vittoria rossonera siglata da Pervis Estupiñán, ma l'epilogo della sfida tra Milan e Inter continua a generare polemiche. In pieno recupero, un pallone vagante ha colpito il braccio di Samuele Ricci in area nerazzurra in modo piuttosto evidente. L'arbitro Daniele Doveri ha deciso di non fischiare il rigore, pur trovandosi in una posizione dove non aveva una visibilità ottimale della dinamica di gioco.

Il vero scandalo, però, non riguarda tanto la valutazione dell'episodio in sé – questione su cui gli esperti rimangono divisi – bensì la gestione da parte della sala video. Secondo il protocollo internazionale IFAB, il VAR ha l'obbligo di intervenire quando ricorrono due condizioni: un errore inequivocabile oppure la mancanza di una valutazione adeguata da parte dell'arbitro in campo. Nel caso specifico, entrambe le premesse sembravano sussistere, eppure nessuno ha invitato Doveri a rivedere le immagini al monitor. A confondere ulteriormente le acque sono state le parole di Cristian Chivu nel post-partita: l'allenatore dell'Inter ha rivelato l'esistenza di un contatto tra il terreno di gioco e la cabina VAR, guidata da Pierluigi Abisso e Massimiliano Di Bello.

Graziano Cesari, ospite della trasmissione televisiva Pressing, ha affrontato il tema con durezza inedita, spostando l'attenzione dal singolo episodio a dinamiche ben più profonde e preoccupanti. Secondo l'ex arbitro, ciò che accade nella sala video non è una mera conseguenza di un protocollo rigido, bensì l'espressione di un rapporto gerarchico squilibrato: «Esiste una sudditanza psicologica dell'intero staff VAR nei confronti di Doveri. Abisso e Di Bello sono arbitri di categoria ordinaria, mentre Doveri rappresenta la massima fascia. Di conseguenza, non osano contraddirlo o richiamarlo al monitor». Una diagnosi pesantissima, che trasforma il «caso Ricci» in una questione sistemica sulla corretta applicazione della tecnologia e sull'indipendenza decisionale dentro la stanza dei bottoni.

Le implicazioni di tale analisi vanno ben oltre il singolo derby. Se effettivamente la gerarchia arbitrale condiziona l'utilizzo del VAR, il sistema perde la sua essenza correttiva e diventa uno strumento al servizio della personalità dell'arbitro, piuttosto che dello sport. Il dibattito rimane aperto e inquietante, sollevando interrogativi sulla trasparenza e l'equità delle decisioni arbitrali in Serie A.