Antonio Di Natale, leggenda del calcio italiano con 209 reti in massima serie e due titoli di capocannoniere, interviene nel dibattito sulla drammatica riduzione dei gol che caratterizza la Serie A attuale. Attraverso le colonne della Gazzetta dello Sport, l'ex punta bianconera offre una diagnosi articolata di un fenomeno che preoccupa sempre più addetti ai lavori e appassionati.
Secondo Di Natale, le ragioni sono molteplici e complesse. In primo luogo, manca quella categoria di attaccanti letali che ha fatto la storia recente del campionato italiano: da Gonzalo Higuain a Zlatan Ibrahimovic, da Mauro Icardi a Ciro Immobile fino a Victor Osimhen. Si tratta di professionisti capaci di realizzare tra i 20 e i 30 gol a stagione, veri specialisti della finalizzazione che oggi scarseggia nel nostro calcio. Parallelamente, diminuisce anche la qualità tecnica negli ultimi metri di campo e tra i centrocampisti deputati alla rifinitura dell'azione.
Un ulteriore elemento critico riguarda la filosofia tattica prevalente: molte squadre privilegiano il possesso palla dal basso e il palleggio costruito, riducendo significativamente le azioni dirette verso la porta avversaria. Questo stile di gioco, sebbene sofisticato, finisce per agevolare le difese avversarie, che dispongono di maggior tempo per organizzarsi e leggere le situazioni di gioco. Di Natale nota inoltre una minore incidenza dei tiri da distanza, soprattutto da calcio di punizione: una volta era uno strumento offensivo più utilizzato, come testimonia la sua personale casella di quindici gol realizzati da fermo.
Per invertire questa tendenza negativa, l'ex campione ritiene fondamentale l'apporto di centravanti stranieri di caratura internazionale. Il ritorno di Osimhen o l'arrivo di bomber esperti potrebbero significativamente incrementare il numero complessivo di reti. Interessante anche la sua osservazione sulla Juventus: il club bianconero registra un trend positivo grazie al metodo di Luciano Spalletti, che Di Natale definisce «un fenomeno». Avendo giocato sotto la sua guida all'Udinese, Totò ricorda come il tecnico toscano sapesse esaltare gli attaccanti attraverso un gioco offensivo prolifico: lui, Iaquinta e Di Michele tiravano in porta almeno quattro o cinque volte a partita, ottenendo così una resa realizzativa superiore alla media.



















