Il 2 ottobre 2002 resta una data scolpita nella memoria dei tifosi del Valencia, una notte in cui il leggendario stadio Mestalla fu testimone di una delle prestazioni più dominanti nella storia moderna del club in Champions League. Sotto una pioggia battente che rendeva il campo pesante ma epico, la squadra allora guidata da Rafa Benítez affrontò gli svizzeri del Basilea in una sfida valida per la fase a gironi della massima competizione continentale. Quell'edizione della coppa vedeva i "Blanquinegros" come una delle potenze assolute del calcio europeo, reduci dalle due finali consecutive raggiunte nel 2000 e nel 2001, e intenzionati a ribadire la propria egemonia tattica e tecnica anche nel nuovo millennio. L'atmosfera elettrica di quella serata, nonostante il maltempo, preannunciava un evento straordinario che avrebbe confermato la forza d'urto di una rosa costruita per vincere su ogni fronte.

L'inizio della partita fu letteralmente travolgente, con il Valencia capace di annichilire gli avversari in meno di un quarto d'ora grazie a una ferocia agonistica fuori dal comune. Fu l'attaccante norvegese John Carew ad aprire le danze dopo soli dieci minuti di gioco, sfruttando la sua fisicità imponente per superare la difesa elvetica e siglare l'uno a zero. Non passò nemmeno il tempo di riorganizzarsi per il Basilea che, appena centoventi secondi dopo, lo stesso Carew raddoppiò, mandando in estasi il pubblico di casa e mettendo in chiaro le intenzioni della formazione spagnola. Al ventesimo minuto, il terzino brasiliano Fabio Aurelio partecipò alla festa del gol firmando la terza rete, un colpo durissimo per il morale degli ospiti che si trovarono sotto di tre gol prima ancora che la prima metà del tempo regolamentare fosse conclusa.

Nonostante il vantaggio rassicurante, il Valencia non abbassò il ritmo nella ripresa, continuando a macinare gioco e occasioni sotto il diluvio di Valencia. John Carew completò la sua serata magica siglando la terza rete personale, portando il risultato sul parziale di quattro a zero e confermandosi come il terminale offensivo perfetto per il sistema di gioco di Benítez. Successivamente, salirono in cattedra i talenti più cristallini della squadra: il fantasista argentino Pablo Aimar, con la sua consueta classe, e l'attaccante Mista misero la firma sul tabellino dei marcatori, fissando il punteggio finale sul tennistico sei a due. Fu una dimostrazione di forza collettiva impressionante, dove ogni reparto funzionò alla perfezione, permettendo ai padroni di casa di gestire il possesso palla e colpire con precisione chirurgica ogni volta che si presentava l'opportunità.

Analizzando la formazione scesa in campo quella sera, si comprende facilmente perché quel Valencia fosse temuto in tutta Europa: tra i pali c'era l'iconico Santiago Cañizares, protetto da una linea difensiva composta da Curro Torres, Roberto Ayala, Mauricio Pellegrino e Fabio Aurelio. Il centrocampo era il vero motore della squadra, con la diga formata da David Albelda e Ruben Baraja a garantire equilibrio, mentre sulle fasce e sulla trequarti agivano giocatori del calibro di Angulo, Vicente e il già citato Aimar. Quella vittoria non fu solo un exploit isolato, ma il simbolo di un'epoca d'oro in cui il club spagnolo riusciva a competere ad armi pari con i colossi del calcio mondiale, come dimostrato anche dal successo ottenuto poco prima contro il Liverpool. La capacità di Benítez di mescolare solidità difensiva e rapidità nelle transizioni offensive rese quel Valencia una macchina quasi perfetta, capace di regalare notti magiche come quella del 2 ottobre 2002.