In un'intervista esclusiva concessa a La Gazzetta dello Sport, l'ex presidente della Federcalcio Gabriele Gravina ha sollevato un polverone mediatico destinato a scuotere i vertici del calcio internazionale. Al centro della polemica c'è il cosiddetto caso Balogun, l'attaccante della nazionale statunitense protagonista di un episodio controverso durante il Mondiale. Gravina ha denunciato apertamente come lo statuto federale proibisca categoricamente ogni forma di ingerenza politica, eppure, in questa circostanza, lo stesso Donald Trump avrebbe ammesso di aver contattato direttamente il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Secondo l'ex numero uno di via Allegri, questo tipo di pressioni esterne mina alla base l'autonomia dello sport e crea un precedente pericoloso per la regolarità delle competizioni internazionali.

Le rivelazioni di Gravina non si sono fermate alla politica d'oltreoceano, ma hanno toccato da vicino anche le dinamiche interne del calcio italiano, coinvolgendo direttamente Claudio Lotito. L'ex presidente ha dichiarato di non aver mai ricevuto smentite dalla FIFA riguardo a presunti contatti tra il patron della Lazio, nella sua veste di senatore della Repubblica, e i vertici del calcio mondiale. Secondo quanto riferito, Lotito avrebbe chiesto esplicitamente a Infantino di procedere con il commissariamento della FIGC, un atto che Gravina definisce di una gravità inaudita. Queste manovre, se confermate, rappresenterebbero un tentativo di scavalcare le istituzioni sportive nazionali attraverso canali politici, mettendo a rischio l'integrità dell'intero sistema calcistico del nostro Paese.

Entrando nel merito tecnico della squalifica di Balogun, Gravina ha difeso l'operato arbitrale, ricordando che il rosso diretto è scattato per un fallo di gioco evidente e pericoloso. Secondo il regolamento internazionale, un'espulsione di questo tipo comporta automaticamente almeno una giornata di sospensione, e nessuno dovrebbe avere il potere di modificare norme che sono universali. L'ex presidente ha espresso forte disappunto per l'ipotesi di un intervento a posteriori volto a mitigare la sanzione, sottolineando come in altre partite dello stesso Mondiale siano avvenuti episodi analoghi, se non meno gravi, senza che la FIFA sentisse il bisogno di intervenire con lo stesso metro di valutazione. Questa disparità di trattamento, a suo avviso, danneggia seriamente la credibilità del calcio mondiale.

Gravina ha poi voluto tracciare una linea netta tra l'episodio che ha coinvolto l'attaccante americano e il caso di Romelu Lukaku, spesso citato come termine di paragone. Secondo l'ex dirigente, si tratta di due fattispecie totalmente differenti: mentre il rosso a Balogun nasce da un brutto fallo di gioco, la sanzione a Lukaku era scaturita da una protesta contro cori razzisti. In quel caso, Gravina intervenne per difendere la dignità di un calciatore che aveva reagito a insulti discriminatori, ritenendo la squalifica profondamente ingiusta. Al contrario, nel caso statunitense, si tratterebbe di un tentativo di aggirare le regole del campo per motivi di opportunità politica, una circostanza che non può essere tollerata in un contesto sportivo equo.

In conclusione, l'ex presidente della FIGC ha espresso rammarico per l'immagine che la nazionale degli Stati Uniti sta dando di sé a causa di questa vicenda. Nonostante il team americano fosse visto con simpatia per i progressi mostrati sul rettangolo verde, questa storia rappresenta una macchia indelebile che ne offusca i meriti sportivi. Gravina ha ribadito che il calcio deve restare un gioco regolato da norme certe e uguali per tutti, indipendentemente dal peso politico delle nazioni coinvolte. Il timore è che, se prevarranno le logiche di potere sulle regole del campo, l'intero movimento possa perdere quella fiducia che lo rende lo sport più amato e seguito al mondo, trasformando le competizioni in un terreno di scontro diplomatico piuttosto che atletico.