Il cammino dell'Iran ai Mondiali del 2026 si è concluso in modo amaro e rocambolesco, lasciando la nazionale asiatica fuori dalla fase a eliminazione diretta per un soffio. Nonostante una serie di prestazioni solide che hanno portato a tre pareggi in altrettante partite nel Gruppo G, la squadra iraniana si è classificata soltanto come la nona miglior terza tra tutti i raggruppamenti del torneo. Il verdetto definitivo è arrivato in seguito alla rete siglata all'ultimo minuto dall'Austria contro l'Algeria, un gol che ha scalzato l'Iran dalla zona utile per il passaggio del turno proprio nelle battute finali della fase a gironi. Secondo il nuovo regolamento del torneo esteso a 48 squadre, infatti, solo le prime otto migliori terze ottengono il pass per i sedicesimi di finale, condannando così la selezione di Teheran a un prematuro ritorno a casa nonostante l'imbattibilità sul campo.

Oltre al dato puramente sportivo, l'eliminazione dell'Iran ha scatenato un acceso dibattito politico a causa delle dichiarazioni sprezzanti rilasciate da Markwayne Mullin, Segretario del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti. Durante un briefing sulla sicurezza dei Mondiali tenutosi a Washington, Mullin non ha nascosto la sua soddisfazione per l'uscita di scena della squadra asiatica, arrivando a dichiarare pubblicamente di aver improvvisato una "danza della felicità" alla notizia del loro addio ufficiale. Il funzionario americano ha sottolineato con forza quanto fosse sollevato dal fatto che la delegazione iraniana dovesse lasciare il suolo statunitense, affermando testualmente di essere felice della loro partenza poiché nessuna squadra aveva richiesto un impegno e una gestione burocratica così complessa come la loro durante la permanenza in Nord America.

Le tensioni tra i due Paesi avevano già influenzato pesantemente l'organizzazione logistica della nazionale iraniana ben prima del fischio d'inizio della competizione. A causa del persistente conflitto politico e militare tra Washington e Teheran, il governo degli Stati Uniti ha imposto restrizioni severissime ai movimenti dei calciatori, dello staff tecnico e dei dirigenti. Inizialmente, l'Iran aveva pianificato di stabilire il proprio quartier generale per gli allenamenti a Tucson, in Arizona, ma le pressioni e i limiti imposti dalle autorità americane hanno costretto la federazione a spostare la base operativa oltre il confine, a Tijuana, in Messico. Durante lo svolgimento del torneo, la squadra ha potuto trascorrere negli Stati Uniti solo il tempo strettamente necessario per la disputa dei match, con l'obbligo tassativo di abbandonare il Paese immediatamente dopo la fine di ogni singola sfida.

Mullin ha rincarato la dose spiegando ai giornalisti che la revoca dei visti per i membri della delegazione iraniana è stata accolta con estremo favore dai vertici della sicurezza nazionale. Il Segretario ha ribadito di essere semplicemente lieto che il loro percorso sia terminato e che non debbano più tornare, aggiungendo di aver quasi intonato una canzone per celebrare il momento in cui è stato confermato che l'Iran non avrebbe più calpestato il suolo americano. Questa vicenda mette in luce ancora una volta quanto sia sottile il confine tra sport e geopolitica, specialmente in un'edizione dei Mondiali ospitata congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico, dove le questioni di sicurezza nazionale e i rapporti diplomatici sembrano aver preso il sopravvento sullo spirito di accoglienza e neutralità che dovrebbe caratterizzare la massima rassegna calcistica globale.