Il prossimo lunedì 22 giugno 2026 segnerà un punto di svolta cruciale per il futuro del calcio italiano, con l'assemblea elettiva chiamata a scegliere il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. La sfida vede contrapposti due pesi massimi delle istituzioni sportive: Giovanni Malagò, ex numero uno del Coni, e Giancarlo Abete, figura storica del panorama federale. Malagò si presenta all'appuntamento con un vantaggio considerevole, rafforzato ulteriormente dal recente via libera ottenuto dall'Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), che ha dissipato ogni dubbio riguardante presunte incompatibilità o conflitti di interesse legati al fenomeno delle cosiddette porte girevoli. Questa decisione ha rimosso l'ultimo ostacolo burocratico, permettendo al dirigente romano di concentrarsi esclusivamente sulla raccolta dei consensi necessari per avviare la sua visione riformatrice.
L'obiettivo dichiarato di Malagò è quello di superare la soglia psicologica del 70% dei voti, un risultato che gli conferirebbe una legittimazione quasi totale per attuare cambiamenti strutturali profondi. Al momento, la sua candidatura gode del sostegno compatto della Serie A, della Serie B e di una larga fetta della Serie C, oltre all'appoggio fondamentale delle componenti tecniche rappresentate da calciatori e allenatori. Dall'altra parte, Giancarlo Abete punta a consolidare il suo bacino elettorale storico, ovvero quello della Lega Nazionale Dilettanti, che detiene un peso specifico del 34%. Abete spera di avvicinarsi alla quota del 40%, un traguardo che, pur non garantendo la vittoria, gli permetterebbe di guidare un'opposizione interna autorevole e di dimostrare che le sue proposte di mediazione e tutela del sistema di base sono ancora centrali nel dibattito federale.
Il programma di Malagò si fonda sulla necessità di inaugurare una stagione di ricomposizione per l'intero movimento calcistico nazionale, mettendo al centro la competitività delle selezioni azzurre e la valorizzazione dei giovani talenti italiani. Tra i punti cardine della sua agenda figurano la sostenibilità economica dei club, un piano organico per l'ammodernamento degli impianti sportivi e la garanzia di una totale indipendenza per l'Associazione Italiana Arbitri. Sul fronte fiscale, il candidato punta a riforme ambiziose come il superamento dell'imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) e l'introduzione di una quota derivante dal settore delle scommesse da reinvestire nel sistema. Malagò considera la massima serie come il principale bene industriale e mediatico del Paese, un asset da tutelare con vigore, mentre vede nella Serie B il laboratorio ideale per il talento e nella Serie C il settore dove è più urgente intervenire con riforme concrete.
Nonostante il clima di grande ottimismo che circonda la fazione di Malagò, restano alcune incognite legate alle dinamiche politiche interne. Claudio Lotito, ad esempio, pur facendo parte della Serie A che sostiene Malagò, ha espresso posizioni divergenti, orientate più verso un commissariamento della federazione che verso una scelta di continuità o di cambio al vertice. La storia recente insegna che una maggioranza schiacciante non è sempre sinonimo di governabilità agevole: Gabriele Gravina fu eletto con il 98,7% dei consensi, eppure quella base apparentemente granitica non è bastata a superare le resistenze che hanno frenato i suoi tentativi di riforma. Per questo motivo, Malagò sta cercando di erodere anche il consenso dei dilettanti, proponendo l'istituzione di un fondo dedicato e un tavolo di confronto permanente tra il mondo del professionismo e quello della base, cercando di unificare un sistema che appare oggi più che mai frammentato.