Quando nel 2018 fu annunciata l'assegnazione dei Mondiali 2026 alla triade composta da Canada, Messico e Stati Uniti, l'intero panorama calcistico internazionale accolse la notizia con un senso di sollievo e familiarità. Dopo le edizioni fortemente criticate e politicizzate di Russia 2018 e Qatar 2022, la promessa della FIFA guidata da Gianni Infantino era quella di un ritorno alla normalità in nazioni con una solida tradizione democratica e infrastrutturale. Il libro della candidatura parlava chiaro: il torneo sarebbe stato caratterizzato da un basso rischio e da una certezza operativa assoluta, con la prospettiva di generare introiti record stimati intorno ai 14 miliardi di dollari. Tuttavia, a pochi mesi dal calcio d'inizio, quella che doveva essere la celebrazione del calcio mondiale si è trasformata in un groviglio di polemiche che minacciano di oscurare quanto avverrà sul rettangolo verde.
L'elemento di maggiore criticità, mai verificatosi nei novantadue anni di storia della competizione, riguarda il coinvolgimento diretto di una nazione ospitante in un conflitto bellico contro una delle squadre partecipanti. L'attacco degli Stati Uniti contro l'Iran, avvenuto alla fine di febbraio, ha scosso le fondamenta della diplomazia sportiva, sollevando interrogativi etici che la FIFA non sembra in grado di affrontare con la dovuta fermezza. Se una situazione simile avesse coinvolto qualsiasi altro Paese meno influente a livello geopolitico, il dibattito internazionale si sarebbe immediatamente concentrato sullo spostamento della sede o sul boicottaggio totale dell'evento. Invece, l'organismo di Zurigo si trova ora in una posizione di estremo imbarazzo, cercando di mantenere in piedi un torneo dove una delle nazioni guida è attivamente impegnata in un'aggressione militare contro un'altra federazione iscritta.
Oltre alle tensioni internazionali, il Mondiale 2026 deve fare i conti con pesanti denunce riguardanti la gestione interna dei diritti umani negli Stati Uniti. Un recente rapporto di Amnesty International ha descritto il Paese come teatro di una vera e propria emergenza dei diritti umani, ponendo l'accento sulla minaccia agghiacciante rappresentata dalle agenzie di controllo delle frontiere e dell'immigrazione, note come ICE. Tale situazione mette a rischio non solo la serenità dei tifosi provenienti da ogni angolo del globo, ma potenzialmente anche quella degli stessi atleti e degli staff tecnici. Nonostante gli USA siano considerati una democrazia liberale, le politiche restrittive e il clima di controllo esasperato stanno creando un ambiente ostile che stride violentemente con i valori di accoglienza e fratellanza che la Coppa del Mondo dovrebbe promuovere per definizione.
Infine, la deriva commerciale dell'evento ha sollevato un'ondata di sdegno tra gli appassionati, con i prezzi dei biglietti che hanno raggiunto cifre definite truffaldine da molti osservatori. La critica principale rivolta a Gianni Infantino è quella di aver venduto l'anima del calcio in cambio di profitti esorbitanti, permettendo che la manifestazione venisse strumentalizzata politicamente. L'ombra di Donald Trump e la sua determinazione nel trasformare la kermesse in un Mondiale orientato alla sua visione politica hanno ulteriormente esasperato le divisioni interne. Quella che doveva essere l'evoluzione del calcio moderno, a trent'anni di distanza da USA '94, rischia seriamente di essere ricordata come l'edizione della discordia, dove la brama di guadagno della FIFA e le ambizioni dei leader politici hanno finito per soffocare l'essenza sportiva del gioco più bello del mondo.