Nel mondo del calcio, a volte il destino si decide in un istante, magari durante un semplice calcio d'angolo in un campo di periferia a Valverde del Camino. È qui che è iniziata la parabola di Iván Corralejo, giovane promessa del Real Betis, quando Manuel Alba, un osservatore del club andaluso, gli lanciò una sfida quasi cinematografica: "Se segni da qui, ti farò diventare un calciatore professionista". Corralejo non si fece pregare, mise la palla in rete direttamente dalla bandierina e il giorno successivo la sua vita cambiò radicalmente. Tornando a casa da scuola, trovò i genitori in lacrime per la lettera di convocazione ricevuta dal Betis, segnando l'inizio di un sogno che fino a quel momento sembrava irraggiungibile per un ragazzino della sua età.
Nonostante il talento cristallino mostrato fin dai primi passi nella "cantera" biancoverde, il percorso di Corralejo non è stato privo di ostacoli, soprattutto a causa della sua struttura fisica minuta. Molti tecnici, nel corso degli anni, hanno espresso dubbi sulla sua capacità di reggere l'impatto con il calcio dei grandi, considerandolo troppo piccolo per competere ad alti livelli. Tuttavia, il giovane centrocampista ha saputo trasformare questo scetticismo in forza motrice, seguendo il prezioso consiglio del padre: "Molti allenatori mi dicevano che non sarei arrivato a nulla per via della statura, ma io credo che al calcio si giochi con i piedi, e quello è il mio punto di forza". Questa determinazione lo ha reso un giocatore che oggi dichiara con orgoglio di non avere paura di niente e di nessuno sul rettangolo verde, puntando tutto sulla tecnica e sulla rapidità di pensiero.
La scalata verso l'élite richiede una dedizione totale, un concetto che Corralejo ha appreso a proprie spese durante il secondo anno nella categoria giovanile, quando un calo di tensione rischiò di compromettere il suo futuro. Dopo un periodo difficile in cui si era leggermente smarrito, il ragazzo ha capito che il calcio sa essere giusto con chi lavora duramente, trovando il riscatto in un finale di stagione travolgente. È stato lui il protagonista assoluto della vittoria nella Coppa dei Campioni giovanile, segnando tre reti decisive nelle semifinali, prima di alzare al cielo la Coppa del Re di categoria con la fascia di capitano al braccio. "Sollevare quel trofeo da capitano e da tifoso del Betis è stato un momento di orgoglio indescrivibile", ha ricordato il calciatore, sottolineando il legame viscerale che lo unisce ai colori del club di Siviglia fin dall'infanzia.
Il coronamento di anni di sacrifici è arrivato con l'esordio ufficiale in prima squadra, avvenuto inizialmente in Coppa del Re contro il Palma del Río e il Torrent, per poi culminare nel debutto in LaLiga contro l'Alavés. Corralejo descrive l'ingresso in campo come un'esperienza quasi onirica, sentendosi "come su una nuvola" mentre calpestava l'erba del grande stadio davanti ai propri tifosi. Una volta rientrato negli spogliatoi, l'adrenalina ha lasciato spazio a una commozione profonda legata al ricordo del nonno Pepe, storico sostenitore del Betis che sognava di vederlo trionfare e la cui immagine il nipote porta sempre con sé sulle parastinchi. Questo legame familiare, unito alla consapevolezza che un calciatore debba pensare alla propria professione ventiquattr'ore su ventiquattro, rappresenta la base solida su cui Corralejo sta costruendo il suo futuro nel calcio spagnolo, pronto a diventare un pilastro del centrocampo di Manuel Pellegrini.