Il Valencia esce sconfitto da Oviedo e con questa débâcle emerge una verità scomoda: la squadra valenciana non è costruita per ambizioni importanti. La partita in Asturia, considerata dai media locali come lo snodo decisivo per capire se i Pipieros avessero concrete possibilità di lottare per qualcosa di significativo, ha invece certificato i difetti strutturali di una compagine che da anni fatica a ingranare.

Il problema non è tattico né contingente: è sistemico. Gli anni di gestione Meriton hanno lasciato il segno, non sempre positivamente. L'ex presidente Anil Murthy aveva sintetizzato il tutto con un'espressione diventata quasi emblematica del malgoverno: "è quello che c'è". Una frase che accompagnerà a lungo il ricordo di quella stagione di transizione, quando le ambizioni dovettero necessariamente abbassarsi per aderire alla realtà delle risorse disponibili.

Sul campo, il Valencia del 2026 rappresenta bene questa mancanza di visione progettuale. Non è una squadra costruita per soffrire e vincere nelle difficoltà, né per stupire negli scontri diretti. È semplicemente una squadra che con il tempo ha perso identità competitiva. Lo scontro di Oviedo ha definitivamente spento gli ultimi bagliori di ottimismo che circondavano l'ambiente prima del fischio d'inizio.

Ora la strada è in discesa e il margine per raddrizzare la stagione si assottiglia. Il Valencia rimane appeso alle tradizioni storiche – Fallas, Europa e poco più – ma le prospettive per il futuro rimangono incerte, finché non arriverà una vera rivoluzione gestionale.