Enrico "Ricky" Albertosi, oggi splendido ottantaseienne, rimane una delle figure più iconiche e carismatiche della storia del calcio italiano. Protagonista assoluto di sfide leggendarie, come la celebre semifinale mondiale tra Italia e Germania terminata 4-3 nel 1970, l'ex portiere ha segnato un'epoca grazie a un talento cristallino e a una personalità fuori dal comune. In una recente e profonda intervista, Albertosi ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita sportiva, mettendo a confronto il calcio romantico e verace dei suoi tempi con quello attuale, che definisce talvolta meno entusiasmante. La sua narrazione parte dai successi nei club, dove è riuscito nell'impresa quasi impossibile di vincere due campionati con maglie diverse ma ugualmente pesanti, diventando un idolo sia in Sardegna che a Milano.

Il ricordo più dolce è legato indissolubilmente allo scudetto conquistato con il Cagliari nel 1970, un evento che ha cambiato la geografia del calcio italiano. Albertosi sottolinea con orgoglio come quel trionfo rappresenti l'impresa delle imprese, un traguardo che difficilmente potrà essere replicato in futuro. Secondo l'ex numero uno, vincere un titolo nell'isola ha un valore simbolico e sportivo immensamente superiore rispetto ai successi ottenuti con le grandi potenze del Nord come Juventus, Inter o Milan; una proporzione che lui quantifica quasi come uno a venti. In quella squadra formidabile, guidata dal mito Gigi Riva e supportata da una difesa d'acciaio con amici come Eraldo Mancin, Albertosi ha vissuto anni irripetibili, culminati in una solidità difensiva che resta ancora oggi un modello di riferimento per gli storici della Serie A.

Passando al capitolo rossonero, Albertosi rievoca con emozione lo scudetto della stella ottenuto con il Milan nel 1979. Nonostante la squadra non fosse considerata la favorita assoluta in quel periodo storico non semplicissimo per il club, il gruppo riuscì a superare la concorrenza di un eccellente Perugia, regalando ai tifosi il decimo titolo nazionale. Oggi, guardando al presente, l'ex portiere non nasconde la sua preoccupazione per le sorti del Diavolo, sottolineando quanto sia vitale la qualificazione alla massima competizione europea, che lui continua a chiamare con il nome tradizionale di Coppa dei Campioni. Per Albertosi, il Milan deve necessariamente abitare l'Europa, poiché quella è la sua casa naturale, e un eventuale fallimento nel raggiungere l'obiettivo stagionale sarebbe paragonabile alla recente crisi della Nazionale italiana.

La carriera di Ricky non è stata priva di ostacoli, a partire dagli esordi alla Fiorentina dove si trovò a competere con un mostro sacro come Giuliano Sarti. Albertosi ricorda con precisione il suo debutto a soli diciannove anni, approfittando di un infortunio del titolare e riuscendo a mantenere la porta inviolata. Sarti, pur riconoscendo il talento del giovane collega, fu molto chiaro nel ribadire le gerarchie, avvisandolo che, nonostante il suo futuro radioso anche in maglia azzurra, il posto da titolare a Firenze restava saldamente nelle sue mani. Un aneddoto curioso riguarda l'avversione di Sarti per le partite in notturna, causata dalle difficoltà visive legate ai primi impianti di illuminazione degli stadi, un dettaglio tecnico che oggi, con le tecnologie moderne, sembra appartenere a un'altra era geologica del calcio.

Oltre ai successi sul campo, Albertosi ha affrontato la sfida più dura lontano dai riflettori degli stadi: un grave infarto che lo ha colpito nel 2004 mentre si trovava all'ippodromo. In quel momento drammatico, la sua vita è stata salvata dal pronto intervento di alcuni fantini che gli hanno praticato il massaggio cardiaco e le prime manovre di soccorso prima dell'arrivo dei medici. Questa esperienza ha segnato profondamente l'ex portiere, che oggi guarda alla vita con gratitudine, consapevole di aver parato anche il colpo più difficile. Infine, un pensiero è andato al Cagliari attuale e alla gestione di Fabio Pisacane, lodato per la sua duttilità tattica mostrata da giocatore e per la capacità di trasmettere idee chiare dalla panchina, portando la squadra a una salvezza fondamentale ottenuta con grinta contro avversari di alto livello come la Roma.