Il prossimo 22 giugno rappresenterà una data cruciale per le sorti del calcio italiano, con le elezioni per la presidenza della FIGC che si preannunciano come un momento di passaggio fondamentale. Dopo le dimissioni rassegnate da Gabriele Gravina, il sistema federale si trova a un bivio, stretto tra la necessità di una profonda autoriforma e le pressioni esterne derivanti da inchieste e scandali che hanno minato la credibilità del movimento. Tuttavia, nonostante il cambio della guardia al vertice, si profila una situazione paradossale: il nuovo presidente si troverà a governare con lo stesso identico Consiglio Federale della gestione precedente. I ventuno consiglieri attualmente in carica, inclusi nomi di spicco come Giuseppe Marotta, Campoccia e Giorgio Chiellini in rappresentanza della Serie A, hanno già presentato la propria candidatura e verranno rieletti in blocco, suggerendo una continuità strutturale che stride con le richieste di rinnovamento radicale.
Giovanni Malagò, attuale favorito per la vittoria finale e sostenuto con forza dalla Lega Serie A, ha presentato un programma ambizioso che mette al centro la competitività e la sostenibilità. Il candidato ha esordito dichiarando che il futuro è una responsabilità che accetta con orgoglio, sottolineando come il calcio italiano abbia urgente bisogno di una stagione di ricomposizione interna. Tra i punti cardine del suo piano figurano investimenti massicci sui settori giovanili per rilanciare le Nazionali, un piano nazionale strategico per l'ammodernamento degli stadi e la garanzia di una totale indipendenza per l'Associazione Italiana Arbitri. Sul piano economico, Malagò punta a una revisione del carico fiscale, all'introduzione di una quota sui proventi delle scommesse e al superamento dell'IRAP, definendo la massima serie come il principale motore industriale e mediatico del Paese, un patrimonio da proteggere a ogni costo.
Sul fronte opposto, Giancarlo Abete ha impostato la sua candidatura partendo da un riconoscimento formale del lavoro svolto da Gravina, ma non ha risparmiato critiche pungenti alla governance della Serie A. Secondo Abete, l'attuale sistema permette ai club di vertice di bloccare qualsiasi norma che riguardi la propria Lega, rendendo di fatto impossibile per la Federazione intervenire con riforme incisive sulla componente apicale del sistema. Il suo programma richiama la politica e tutte le componenti federali alle proprie responsabilità, proponendo una visione più equilibrata che non trascuri le leghe minori e la base del movimento. Tra le sue proposte spicca la volontà di attuare la cosiddetta riforma Zola per la Lega Pro, cercando di bilanciare le spinte autonomiste dei grandi club con la necessità di una visione d'insieme che tuteli l'intera piramide calcistica nazionale.
La partita elettorale si gioca anche sui delicati equilibri delle leghe inferiori e delle componenti tecniche. Mentre la Serie B viene vista da Malagò come un patrimonio territoriale e un laboratorio fondamentale per la crescita dei talenti, la Serie C è indicata come il settore dove è più urgente intervenire con riforme concrete. In Lega Pro, in particolare, si attende la sfida tra Macchia del Potenza e Gallazzi dell'Alcione, con quest'ultimo dato per favorito. Per quanto riguarda il mondo dei dilettanti, la proposta sul tavolo è la creazione di un fondo dedicato e l'istituzione di un tavolo di confronto permanente con il professionismo. Le componenti tecniche sembrano orientate a sostenere Malagò, convinte dalla sua visione che interpreta la centralità del calciatore come un equilibrio necessario tra libertà professionale, formazione educativa, tutela della salute e stabilità finanziaria del sistema.