Paolo Vanoli ha compiuto un vero e proprio miracolo sportivo, portando la Fiorentina alla salvezza in una stagione che sembrava ormai irrimediabilmente compromessa. Se dovessimo assegnare dei voti a questa annata travagliata, l'allenatore meriterebbe un pieno sette per la resilienza dimostrata, mentre il resto della società e della squadra non andrebbe oltre un misero quattro. L'impresa di Vanoli si è sviluppata su tre livelli fondamentali: quello statistico, avendo recuperato una situazione disperata di soli quattro punti dopo le prime dieci giornate; quello tecnico, assemblando un gruppo che non era stato costruito secondo le sue indicazioni; e quello ambientale, gestendo la pressione delle contestazioni e il vuoto di potere durante la malattia del presidente Rocco Commisso.
Per comprendere come si sia arrivati a rischiare la retrocessione, bisogna tornare allo scorso agosto, quando l'entusiasmo circondava un mercato estivo apparentemente eccellente. Stefano Pioli, allora alla guida tecnica, era talmente convinto del valore della rosa da puntare apertamente alla zona Champions League. Celebre rimase la sua reazione alle previsioni di Massimiliano Allegri, che non aveva incluso i toscani tra le favorite per l'Europa: l'allenatore dichiarò che Allegri si era dimenticato di loro e che aveva appeso quell'intervista sulla parete dello spogliatoio per motivare i giocatori. Col senno di poi, quelle parole suonano come un presagio amaro di una stagione nata sotto i migliori auspici ma naufragata rapidamente a causa di una valutazione errata del potenziale del gruppo.
La lunga assenza di Rocco Commisso, dovuta a gravi motivi di salute, ha privato la Fiorentina del suo principale punto di riferimento carismatico e decisionale. Senza la guida costante del patron, il direttore generale Ferrari, il direttore sportivo Pradé e lo stesso Pioli non sono riusciti a mantenere la rotta, portando la squadra a sbandare pericolosamente fin dalle prime battute del campionato. Il punto di rottura definitivo è coinciso con la sconfitta interna contro il Lecce allo stadio Artemio Franchi. Quel momento ha segnato la fine dell'era Pradé, che si era dimesso alla vigilia del match, e l'esonero immediato di Pioli, lasciando una squadra svuotata e colpevole di una presunzione che l'ha trascinata nei bassifondi della classifica, convinta di potersi salvare solo grazie al blasone del proprio nome.
L'inserimento di Fabio Paratici nei quadri dirigenziali ha cercato di portare un'esperienza internazionale e un maggiore spessore gestionale, ma i risultati sul campo non sono stati immediati. Nonostante gli innesti di gennaio, concordati con Vanoli, la rosa ha continuato a mostrare lacune strutturali evidenti che hanno rallentato la risalita. Sono arrivati giocatori di prospettiva come Brescianini e Fabbian a centrocampo, oltre alle ali Solomon e Harrison e al difensore Rugani, ma è mancato l'acquisto di un mediano di rottura, un vero combattente capace di fare da diga davanti alla difesa. Questa mancanza di equilibrio tattico ha costretto l'allenatore a soluzioni d'emergenza per trovare una quadratura che garantisse i punti necessari per la permanenza in Serie A.
Nonostante il traguardo della salvezza sia stato finalmente tagliato, l'atmosfera a Firenze resta estremamente tesa, come dimostrato dai fischi piovuti dalle tribune del Franchi nell'ultima uscita stagionale. La tifoseria chiede a gran voce chiarezza sul progetto futuro e sulla reale volontà della proprietà di investire per tornare stabilmente nelle posizioni di vertice del calcio italiano. Il lavoro che attende Paratici e la dirigenza nei prossimi mesi sarà titanico: occorre ricostruire non solo una rosa competitiva e bilanciata, ma anche un legame di fiducia con una piazza ferita da un'annata vissuta pericolosamente. La Fiorentina non può più permettersi di navigare a vista, poiché la superficialità mostrata in questa stagione ha rischiato di portare il club verso un baratro sportivo senza precedenti.



















