Pep Guardiola lascerà un'impronta indelebile nella storia del Manchester City, venendo ricordato come uno dei due più grandi allenatori della Premier League insieme a Sir Alex Ferguson. Dal suo arrivo all'Etihad Stadium nella stagione 2016/17, il tecnico catalano ha conquistato sei titoli nazionali e punta con decisione al settimo in questa annata. La sua rivoluzione tattica ha trasformato il calcio inglese attraverso l'introduzione di concetti innovativi come i falsi nove, i terzini invertiti e i portieri capaci di partecipare attivamente alla manovra, portando il club a traguardi storici come la stagione dei 100 punti e il leggendario Triplete. Tuttavia, questo percorso di eccellenza non è stato privo di ostacoli, specialmente nella gestione di uno spogliatoio ricco di stelle dove l'armonia è stata spesso messa a dura prova dalla sua intransigenza filosofica.

Uno dei primi e più clamorosi casi di rottura ha riguardato Joe Hart, un vero e proprio simbolo del Manchester City che aveva contribuito in modo determinante alla vittoria di due titoli prima dell'era Guardiola. Il tecnico spagnolo, però, stabilì immediatamente che l'estremo difensore inglese non possedeva le caratteristiche tecniche necessarie per il suo sistema di gioco, che richiede un portiere capace di agire come un giocatore di movimento aggiunto. Con una percentuale di passaggi riusciti ferma al 52,6% nella stagione precedente, Hart fu giudicato inadeguato durante i primi allenamenti. Guardiola fu categorico: il portiere era libero di andarsene, preferendo affidarsi inizialmente a Willy Caballero e acquistando poi Claudio Bravo sul mercato. Hart giocò una sola partita, un preliminare di Champions League contro la Steaua Bucarest, prima di essere ceduto in prestito al Torino in una mossa che molti definirono spietata.

La gestione del potere all'interno del club ha visto anche lo scontro frontale con Yaya Touré, un altro pilastro della vecchia guardia che ha faticato a trovare spazio sotto la nuova gestione. Nonostante il talento cristallino dell'ivoriano, Guardiola ha preteso un impegno difensivo e una disciplina tattica che hanno portato a tensioni prolungate, alimentate anche dalle dichiarazioni polemiche dell'agente del calciatore. Questo rapporto conflittuale ha evidenziato come per l'allenatore catalano nessuno sia considerato indispensabile o al di sopra del bene collettivo della squadra. La capacità di Pep di escludere figure carismatiche senza destabilizzare l'ambiente è diventata una delle cifre stilistiche del suo mandato, dimostrando che la fedeltà alla sua visione di gioco viene prima di qualsiasi gerarchia preesistente o status di veterano.

In tempi più recenti, il caso di Joao Cancelo ha confermato che la rigidità di Guardiola non si è ammorbidita con il passare degli anni. Il difensore portoghese, che era diventato un elemento fondamentale grazie alla sua capacità di interpretare il ruolo di terzino-regista, è passato in breve tempo dall'essere un titolare inamovibile all'esclusione totale. Le divergenze tattiche e alcune reazioni del giocatore alle panchine hanno portato a una rottura definitiva durante la sessione di mercato invernale, culminata con il suo trasferimento in prestito al Bayern Monaco e successivamente al Barcellona. Questo episodio sottolinea come Guardiola non esiti a privarsi di talenti di livello mondiale se percepisce che il loro atteggiamento o la loro interpretazione del ruolo possano minare l'equilibrio tattico o psicologico del gruppo, mantenendo sempre altissima la tensione competitiva.

Oltre ai nomi più noti, la storia di Guardiola al City è costellata di addii eccellenti e decisioni che hanno sorpreso tifosi e addetti ai lavori, come nei casi di Leroy Sané o Raheem Sterling, partiti quando il rapporto con il tecnico non garantiva più la totale sintonia richiesta. Alcuni ex giocatori, in passato, hanno persino suggerito che il tecnico potesse essere quasi geloso del protagonismo eccessivo dei suoi atleti, preferendo che fosse sempre il sistema di gioco a brillare. La costante evoluzione della squadra richiede una dedizione assoluta e una capacità di adattamento che non tutti i campioni riescono a mantenere nel lungo periodo. Questa spietatezza professionale, sebbene possa apparire eccessiva, è il motore che ha permesso al Manchester City di restare ai vertici del calcio mondiale per quasi un decennio, rinnovandosi continuamente senza mai perdere la propria identità.