La bufera che scuote i vertici del calcio italiano si arricchisce di un capitolo decisivo che mette in discussione la regolarità dei vertici federali. Quattro pareri legali richiesti dal Coni hanno confermato che Giovanni Malagò non possedeva il tesseramento necessario al momento della sua candidatura alla presidenza della Federcalcio. Gli avvocati Franco Gaetano Scoca, Luigi Medugno, Massimo Coccia e Alberto Angeletti, attraverso documenti analizzati in vista della prossima riunione della Giunta, hanno espresso una posizione pressoché unanime: il requisito del tesseramento era essenziale e la sua assenza rappresenta una violazione formale delle norme vigenti. Questa conclusione smentisce categoricamente l'interpretazione precedentemente fornita dalla Procura federale, la quale sosteneva che il concetto di essere in regola con il tesseramento non implicasse necessariamente l'obbligo di essere effettivamente tesserati al momento del voto.

Entrando nel dettaglio dei pareri tecnici, le parole dei giuristi non lasciano spazio a molte interpretazioni sulla natura del vizio riscontrato. Massimo Coccia ha definito il tesseramento come un requisito soggettivo indispensabile per la candidabilità e la conseguente eleggibilità alla guida della FIGC, sottolineando come la mancanza di tale status infici l'intero processo. Sulla stessa lunghezza d'onda si è posto Alberto Angeletti, affermando che non possono esserci dubbi sulla necessità di tale condizione per chiunque aspiri a cariche federali di tale rilievo. Ancora più perentorio è stato il giudizio di Franco Gaetano Scoca, il quale ha dichiarato senza mezzi termini che l'elezione di un soggetto non tesserato deve essere considerata invalida. Queste valutazioni allineano i consulenti del Coni alla posizione già espressa dalla Procura Generale dello Sport, creando un fronte giuridico compatto contro la regolarità della procedura elettorale.

Nonostante l'accertamento dell'irregolarità, il passaggio verso un commissariamento della Federazione Italiana Giuoco Calcio non appare affatto scontato o immediato come molti osservatori ipotizzavano. Secondo l'avvocato Luigi Medugno, esistono ampi margini di discrezionalità per gli organi del Coni nel valutare la gravità delle violazioni commesse prima di procedere a misure drastiche. L'articolo 7 dello Statuto del Coni prevede infatti l'intervento di un commissario straordinario solo in presenza di gravi violazioni dell'ordinamento sportivo che compromettano il sistema. Sarà dunque compito della Giunta Nazionale stabilire se l'assenza del tesseramento abbia effettivamente raggiunto una soglia tale da minare il corretto funzionamento della Federazione, distinguendo tra semplici negligenze o omissioni tecniche e comportamenti che integrano una violazione profonda dei principi fondamentali dello sport italiano.

Il dossier esaminato mette in luce anche alcune criticità nella gestione amministrativa e procedurale della vicenda negli ultimi mesi. Angeletti ha sollevato il tema della mancata impugnazione della candidatura entro i termini stabiliti, un dettaglio che potrebbe complicare l'iter sanzionatorio. Al contempo, Medugno ha ricordato come i ricorsi presentati in passato dall'avvocato Renato Miele, sebbene dichiarati inammissibili, contenessero segnalazioni precise su un vizio radicale del procedimento che non è stato sanato. Nonostante tali avvertimenti, la Procura federale non avrebbe intrapreso azioni legali tempestive e la FIGC avrebbe lasciato inevase le richieste di accesso ai documenti ufficiali, creando un clima di incertezza che ora grava sulla stabilità dell'intera istituzione calcistica nazionale.

Il futuro della governance del calcio italiano resta dunque appeso a una decisione che dovrà essere di natura strettamente tecnico-giuridica e mai politica, come auspicato dagli stessi esperti legali. La Giunta Nazionale del Coni avrà l'onere di formulare un'eventuale proposta di commissariamento, che dovrà poi essere discussa e ratificata dal Consiglio Nazionale. In un contesto calcistico già teso per le riforme strutturali necessarie e le pressioni economiche sui club di Serie A e delle serie minori, un vuoto di potere o una transizione forzata potrebbero avere ripercussioni significative. La decisione finale non riguarderà solo la posizione personale di Malagò, ma definirà i confini della legalità sportiva e l'autonomia delle federazioni rispetto ai requisiti statutari imposti dall'ente regolatore dello sport italiano.