Il panorama calcistico italiano sta attraversando una mutazione genetica profonda che riguarda uno dei ruoli storicamente più prestigiosi per la nostra scuola: il portiere. Se un tempo l'Italia era considerata la patria indiscussa dei numeri uno, oggi la Serie A sembra aver voltato le spalle alla tradizione autarchica. Le grandi piazze, dalle milanesi alle romane, hanno ormai stabilmente affidato le proprie porte a interpreti stranieri, consolidando un trend iniziato lontano nel tempo. Fu il Parma, nel 1990, a rompere gli indugi tesserando il brasiliano Claudio Taffarel; oggi, lo stesso club emiliano conferma la vocazione internazionale cedendo il giapponese Zion Suzuki all'Aston Villa per la cifra considerevole di 35 milioni di euro, dopo che l'estremo difensore era stato seguito con estrema attenzione anche dalla Juventus.

La crisi d'identità del settore è certificata anche dal percorso dei nostri migliori talenti, che faticano a trovare spazio o continuità entro i confini nazionali. L'esempio più lampante è quello di Gigio Donnarumma: lanciato giovanissimo da Sinisa Mihajlovic nel Milan a soli 16 anni e 8 mesi, il portiere della Nazionale ha lasciato l'Italia nel 2021 per il Paris Saint-Germain e, secondo le ultime dinamiche di mercato, si appresta a vestire la maglia del Manchester City nel 2025. Questa fuga di talenti si scontra con una storia gloriosa ma avara di riconoscimenti individuali assoluti. Nella bacheca del Pallone d'Oro, infatti, solo il leggendario Lev Jashin riuscì a trionfare nel 1963. Da allora, i portieri italiani hanno solo sfiorato il massimo premio: Dino Zoff si classificò secondo nel 1973, così come Gigi Buffon nel 2006, mentre altri giganti europei come Oliver Kahn e Manuel Neuer si sono dovuti accontentare del podio.

Le ragioni di questo declino della scuola italiana sono molteplici e spaziano dalla tattica all'economia. Il mercato globale e l'influenza sempre più marcata dei procuratori hanno spinto i club verso soluzioni estere, spesso più accessibili o considerate più pronte per il calcio moderno. C'è poi una questione di coraggio: all'estero non si ha timore di lanciare i giovani, mentre in Italia si preferisce l'usato sicuro. A questo si aggiunge l'evoluzione del ruolo in senso «guardiolesco»: oggi al portiere non si chiede solo di parare, ma di essere un regista aggiunto. Cesc Fabregas a Como, ad esempio, ha preteso l'acquisto del francese Jean Butez, prelevato dall'Anversa. Non si cerca più il «giaguaro» alla Luciano Castellini, ma un professionista capace di smistare palloni e partecipare attivamente alla costruzione dal basso, trasformando il portiere in un elemento chiave della manovra offensiva.

Oltre agli aspetti tecnici, il calcio contemporaneo ha reso il mestiere del numero uno estremamente più complesso dal punto di vista fisico e regolamentare. Durante i calci d'angolo e le punizioni, le aree di rigore si trasformano in veri e propri campi di battaglia dove blocchi e assembramenti rendono ogni uscita un rischio altissimo. Anche in Inghilterra ci si interroga su come proteggere questa categoria, specialmente dopo che le modifiche alle regole sul retropassaggio introdotte nel 1992 hanno rimosso i privilegi storici di cui godevano i portieri. In questo scenario di incertezza, spicca il ritorno in Italia di Guglielmo Vicario: dopo l'esperienza formativa ma complessa al Tottenham, l'estremo difensore azzurro è pronto a difendere i pali della Juventus, conscio che la maglia di un grande club pesi in modo particolare, specialmente quando si deve rappresentare l'orgoglio di una scuola che cerca faticosamente di ritrovare la propria centralità.