Dentro Trigoria aleggia una sensazione di disagio che va oltre la consueta tensione di marzo. Mancano ancora nove giornate alla conclusione della stagione e matematicamente la Roma può ancora conquistare un posto in Champions League, obiettivo che varrebbe una festa importante. Eppure, secondo indiscrezioni che circolano nel club giallorosso, alcuni rapporti interni sembrano essersi incrinati, con incomprensioni che potrebbero diventare problematiche se non affrontate apertamente nei prossimi mesi.

Il nodo centrale riguarda gli obiettivi stagionali. Ranieri, ora nella veste di senior advisor della proprietà americana, ha ripetutamente dichiarato un approccio più paziente e strutturato: «Non stiamo chiedendo di andare in Champions, abbiamo un programma di tre anni». Una dichiarazione che stride notevolmente con le posizioni pubbliche di Gasperini, il quale ha ribaltato completamente la prospettiva: «Sono io che in Champions voglio andarci. Per me non esiste altro. Io l'ho lasciata e mi manca molto non poterla giocare. Se qualcuno pensa di mettermi pressione si sbaglia». I giocatori della rosa, dal canto loro, hanno sempre parlato esplicitamente solo della conquista della coppa europea.

La questione rivela una strategia diversa tra l'allenatore e la proprietà Friedkin, che negli ultimi cinque anni e mezzo ha investito oltre un miliardo di euro senza riuscire a raggiungere la Champions League. L'ultimo tecnico giallorosso a giocarla è stato Di Francesco nel 2018-19. Negli ultimi diciotto mesi, i Friedkin hanno versato più di 200 milioni per una ricostruzione incentrata su giovani prospettive, una scelta che punta a creare un progetto sostenibile secondo i parametri Uefa e a ridurre il monte ingaggi complessivo.

Sulla politica di mercato, la società ha dimostrato coerenza negli acquisti: via libera totale per operazioni concrete come quella di Vaz (25 milioni cash), maggiore cautela invece verso giocatori che superano una certa soglia d'età, dove preferisce prestiti con diritto di riscatto. Gasperini, però, è stato scelto proprio per valorizzare i talenti emergenti, non per ricominciare da zero un progetto di crescita volta alle plusvalenze. Le sue dichiarazioni pubbliche lo testimoniano: «Non possiamo aspettarci che i più inesperti siano subito pronti» e «servono giocatori come Malen». La sua visione è quella di un gruppo con 15-16 calciatori di spessore ai quali affiancare i giovani per farli crescere. Una prospettiva che si discosta dalla Roma quasi-Primavera che la proprietà sta costruendo, generando tensioni che potrebbero influenzare il finale di stagione.