Luca Toni non ci gira intorno: il calcio italiano vive un momento di seria difficoltà, e non dipende dalla mancanza di denaro, ma da chi gestisce i club. In un'intervista concessa a La Repubblica, l'ex bomber affronta senza filtri i problemi strutturali della Serie A, tracciando un parallelo illuminante con il modello vincente del Bayern Monaco, dove ha giocato nei suoi ultimi anni da calciatore.

«Quando arrivai in Germania c'erano Ribery, Podolski e Klose» ricorda Toni. «Li riportammo in alto, e da quel momento il Bayern ha mantenuto un'ossatura solida aggiungendo ogni stagione uno o due giocatori di qualità. Il segreto? Non commettono errori negli acquisti, e soprattutto investono quello che guadagnano. I bilanci restano in attivo». Il contrasto con l'Italia è stridente: alcuni nostri club si indebitano persino per competere in Champions League, mentre le chiacchiere sulla Superlega mascherano la vera carenza, cioè la mancanza di dirigenti competenti che capiscono davvero di calcio.

Sulla situazione europea, il quadro è sconfortante. Le squadre italiane hanno deluso complessivamente: l'Inter non è andata oltre il turno preliminare contro il Bodø, la Juventus ha avuto rimpianti con il Galatasaray, il Napoli ha dissipato opportunità sotto la gestione Conte e ha subito un pesante 6-1 dal Bayern. Solo l'Atalanta esce a testa più alta dalla competizione continentale. «Il confronto con i grandi d'Europa è impietoso» sottolinea Toni. «Siamo lontani dalla realtà, e le due finali dell'Inter di qualche anno fa ci avevano solo illuso».

Ma il vero problema, secondo l'ex calciatore, risiede nella formazione dei giovani. I settori giovanili italiani soffrono di carenze strutturali e di regolamenti controproducenti. A partire dai 12 anni, i ragazzi possono cambiare squadra ogni estate senza alcun vincolo, cosa che penalizza gravemente i club che investono nella loro crescita. «Se mio figlio Leonardo può trasferirsi con facilità da un club all'altro, dove resta il mio investimento?» spiega Toni. C'è il rischio concreto che nasca un vero mercato delle famiglie, con incentivi economici diretti ai genitori pur di portare via i giovani talenti. «Così non faremo altro che rovinare i bambini» è la conclusione amara.

Il confronto con il tennis italiano, ben organizzato a livello giovanile, rinforza la critica. Toni ricorda che persino Baggio aveva presentato un programma di rilancio per il calcio, totalmente ignorato. «Le riforme le fanno persone che non hanno mai giocato a pallone. Serve affiancare i politici a figure che conoscono davvero il gioco: chiama Maldini, chiama Baggio. Altrimenti continueremo a fare la figura dei buffoni in Europa».