Michael Duberry ha deciso di condividere uno dei momenti più difficili della sua carriera calcistica, risalente a quasi tre decenni fa. L'ex centrale difensivo dei Blues ha confessato durante il podcast SACKED! di aver affrontato la finale di Coppa delle Coppe del 13 maggio 1998 a Stoccolma, dove il Chelsea sconfisse lo Stuttgart 1-0, mentre combatteva contro la Paralisi di Bell, una condizione medica che provoca debolezza o paralisi improvvisa dei muscoli facciali.

Duberry, che aveva circa 20-21 anni al momento, è stato colpito dalla malattia appena due settimane prima della sfida più importante della sua stagione. Il difensore ha descritto con cruda sincerità il momento della scoperta: nel giro di pochi istanti, metà del suo volto divenne completamente immobile. «Mi è stato detto di guardarmi allo specchio e quando l'ho fatto non riuscivo a muovere i muscoli del volto. Assomigliavo a Sloth del film I Goonies», ha raccontato Duberry, spiegando che inizialmente ha interpretato il tutto come uno scherzo dei compagni durante il viaggio verso lo stadio.

La diagnosi del medico del Chelsea è giunta come un fulmine a ciel sereno: la Paralisi di Bell, sostanzialmente una sorta di mini-ictus localizzato a un lato del volto. L'incertezza è stata il vero killer: nessuno poteva dire se avrebbe avuto duratura di due settimane, due mesi o addirittura due anni. Tuttavia, Duberry ha dimostrato una straordinaria determinazione mentale, riuscendo a non farsi sopraffare dall'ansia e concentrandosi sulla partita. Ha giocato i 90 minuti completi in difesa centrale, affiancato da un'eccezionale squadra che comprendeva Frank Leboeuf, Gianfranco Zola, Roberto Di Matteo e Gianluca Vialli.

Il racconto di Duberry non è semplicemente una curiosità storica: l'ex giocatore considera quella esperienza come il fondamento della sua resilienza e della sua personalità. L'assenza di copertura mediatica all'epoca – gli anni Novanta erano diversi da oggi dove ogni dettaglio diventa notizia – ha permesso a Duberry di gestire la situazione con maggiore serenità, lontano dai riflettori. In sei anni di permanenza al Chelsea, questo episodio rappresenta il momento che più lo ha definito come atleta e come uomo.

La vittoria contro lo Stuttgart rimane inscritta nella storia del Chelsea come uno dei successi più memorabili del club, ma ora assume un significato ancora più straordinario grazie alla testimonianza di Duberry: non si è trattato solamente di un titolo conquistato sul campo, ma di una vittoria personale contro l'avversità fisica e psicologica.