Gli ultimi risultati della Champions League hanno riportato alla dura realtà i tifosi e gli addetti ai lavori britannici. Due pareggi e quattro sconfitte per i club inglesi negli ottavi di finale hanno smontato definitivamente il mito di una Premier League superiore al resto d'Europa. Nella prima fase stagionale era stata una litania ininterrotta di esaltazione della supremazia inglese, con discussioni surreali su quanto fosse addirittura dannoso per il calcio europeo questo presunto primato. Ma i numeri non mentono mai.
La realtà emerge con chiarezza disarmante dai dati storici. Dalla nascita della Premier League a oggi, i club inglesi hanno vinto la Champions League sette volte, mentre quelli spagnoli ben tredici. Nel trofeo minore europeo, l'Europa League e la Coppa UEFA, il divario si allarga: cinque vittorie inglesi contro dodici spagnole. Inoltre, nella votazione del Ballon d'Or 2025, la Premier League ha fornito soltanto due nomi tra i venti migliori: Gianluigi Donnarumma e Viktor Gyokeres, che però hanno ottenuto quei risultati giocando per il Paris Saint-Germain e lo Sporting Lisbona, non per club della massima serie inglese.
L'analisi pone un interrogativo scomodo: dove sono veramente i migliori talenti del mondo? Il miglior attaccante in circolazione è probabilmente Harry Kane, che gioca in Germania, o Kylian Mbappé, che milita in Spagna. Costruendo una formazione ideale attingendo dai vari ruoli, non servirebbe praticamente nessun giocatore della Premier League. Certo, molti ottimi elementi operano in Inghilterra, ma i più forti del pianeta hanno scelto altrove.
L'argomento della competitività diffusa non regge all'esame dei fatti. Sebbene sia vero che ogni squadra teoricamente può battere ogni altra, la pratica racconta storia diversa. La scorsa stagione, le ultime tre squadre della Premier League hanno giocato 114 partite nel campionato e ne hanno vinte soltanto dodici, di cui quattro scontri diretti fra loro. Nello stesso periodo, le tre peggiori della Liga spagnola hanno ottenuto ventuno vittorie sulle medesime 114 partite. Un differenziale abissale che dimostra l'inesistenza di un vero equilibrio competitivo inglese.
L'illusione del coefficiente UEFA elevato per i club britannici dipende semplicemente dal fatto che avanzano regolarmente in tutte le coppe europee, non perché eccellono contro le élite continentali. I risultati europei della stagione hanno dunque insegnato una lezione sobria: la Premier League rimane un campionato ricco e affascinante, ma relegare il resto d'Europa in secondo piano era un errore di valutazione. La Spagna, storicamente e contemporaneamente, ha dimostrato una superiorità che i dati non lasciano spazio a interpretazioni.

















