Il mondo del calcio spagnolo e la città di Siviglia si stringono nel dolore per la scomparsa di Francisco Sanjosé García, meglio conosciuto come Curro Sanjosé, spentosi all'età di 73 anni. Il club andaluso ha dato la triste notizia nella serata di ieri, ricordando uno dei suoi figli più devoti, un uomo che ha dedicato l'intera carriera professionistica ai colori biancorossi. Sanjosé non è stato solo un calciatore, ma un vero e proprio simbolo di fedeltà, occupando attualmente l'ottavo posto nella classifica dei giocatori con più presenze ufficiali nella storia del club di Nervión. La sua dipartita lascia un vuoto incolmabile tra i tifosi che lo hanno visto correre sulla fascia sinistra per quasi due decenni, rappresentando l'anima più autentica del calcio di un tempo, fatto di appartenenza e sacrifico per la maglia della propria città.
La sua incredibile avventura con la prima squadra del Siviglia è durata ben sedici stagioni, un traguardo raramente raggiungibile nel calcio moderno. Il suo debutto assoluto avvenne nello stadio di Pasarón sotto la guida tecnica di Max Merkel, in una sfida valevole per la Coppa di Spagna. Tuttavia, fu nella stagione 1971/72 che Sanjosé fece il suo esordio ufficiale nel massimo campionato spagnolo, calcando il prestigioso prato del Camp Nou contro il Barcellona, allora allenato dal tecnico greco Dan Georgiadis. Da quel momento, il giovane difensore non lasciò più il posto da titolare, diventando il padrone assoluto della corsia mancina e un punto di riferimento costante per ogni allenatore che si è seduto sulla panchina dello stadio Ramón Sánchez-Pizjuán fino alla stagione 1985/86, anno del suo ritiro agonistico.
Durante la sua lunga militanza, Sanjosé ha vissuto momenti storici per il club, inclusa la partecipazione alle competizioni europee che, all'epoca, non rappresentavano una costante come accade oggi per gli andalusi. Sotto la guida di Manolo Cardo, fece il suo debutto in Europa affrontando i tedeschi del Kaiserslautern, portando a termine un totale di 373 incontri ufficiali che lo pongono nell'olimpo dei fedelissimi del Siviglia. Anche a livello internazionale il suo talento fu ampiamente riconosciuto: partecipò infatti ai Giochi Olimpici di Montreal nel 1976 con la selezione spagnola. Purtroppo, un infortunio occorso nel momento meno opportuno gli impedì di esordire con la nazionale maggiore, un piccolo rimpianto in una carriera altrimenti costellata di successi e di un rispetto unanime da parte di compagni e avversari.
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nell'agosto del 1986, celebrato con una partita d'addio contro gli uruguaiani del Nacional de Montevideo, Sanjosé è rimasto profondamente legato all'ambiente sivigliano. Ha continuato a collaborare con l'associazione dei veterani e a partecipare attivamente alla vita dei club dei tifosi, dimostrando un attaccamento viscerale alla maglia anche fuori dal rettangolo di gioco. Nel novembre del 2015, la società gli ha conferito l'ottavo "Dorsale di Leggenda", il massimo riconoscimento che il Siviglia riserva alle sue icone storiche. In quella stessa occasione, la Federazione Andalusa lo ha onorato con lo scudo d'oro del Centenario e la medaglia d'oro della RFAF, a testimonianza di un impatto che è andato ben oltre i confini della singola squadra, influenzando l'intera cultura calcistica della regione andalusa.

