James McClean, figura polarizzante del calcio britannico per oltre un decennio, ha deciso di rompere il silenzio attraverso la sua nuova e cruda autobiografia intitolata "The Walls". L'ex centrocampista, che ha collezionato ben 103 presenze con la maglia della Repubblica d'Irlanda, affronta apertamente l'immagine pubblica che lo ha dipinto per anni come un estremista o un agitatore politico. "La percezione che la gente ha di me è quella di un pazzo, un provocatore che odia tutto ciò che è britannico", ha dichiarato con estrema calma durante un'intervista rilasciata a Derry. In realtà, McClean descrive la sua esistenza quotidiana come estremamente ordinaria e lontana dai riflettori, definendosi una persona tranquilla che preferisce staccare completamente la spina una volta tornata a casa dagli allenamenti, conducendo una vita che lui stesso definisce quasi banale.
Nonostante le feroci critiche ricevute durante la sua permanenza nel Regno Unito, il curriculum sportivo di McClean rimane di assoluto rilievo, posizionandolo come il quinto giocatore con più presenze nella storia della sua nazionale. Con oltre 150 partite disputate in Premier League nell'arco di cinque stagioni e un totale di circa 800 incontri da professionista, il trentasettenne rivendica con orgoglio i propri traguardi sul campo. "Ognuno definisce il successo a modo suo, ma io sono l'unico calciatore del Nord Irlanda ad aver superato le cento presenze con la Repubblica d'Irlanda", ha sottolineato l'atleta. Questi numeri, arricchiti da numerosi riconoscimenti individuali, rappresentano per lui una carriera di successo e priva di rimpianti, anche se il peso delle controversie extra-calcistiche ha inevitabilmente lasciato un segno profondo sulla sua psiche e sulla sua vita sociale, portandolo oggi a vivere una fase complessa anche nel rapporto con il suo attuale club, il Derry City.
Il punto di rottura più celebre e discusso della sua carriera è stato il sistematico rifiuto di indossare il "poppy", il papavero rosso simbolo del ricordo dei caduti britannici, durante le celebrazioni del Giorno della Memoria. Questa scelta, dettata da profonde convinzioni storiche e politiche legate alle vicende della sua terra d'origine, lo ha reso bersaglio di insulti e minacce costanti. McClean ammette che questa esperienza lo ha trasformato radicalmente come uomo: "Mi ha cambiato completamente, rendendomi quasi un recluso perché oggi non mi fido di molte persone; sono stato ferito troppo profondamente in passato". Il calciatore ha chiarito che, pur rispettando i milioni di soldati caduti nelle due guerre mondiali, non può e non vuole dimenticare le azioni compiute dall'esercito britannico proprio nella sua città natale, Derry, che hanno segnato indelebilmente la memoria collettiva della sua comunità.
Le radici di questa fermezza risiedono nel quartiere di Creggan, un'area profondamente segnata dalla "Bloody Sunday" del 1972, quando l'esercito britannico uccise quattordici civili disarmati, sei dei quali provenivano proprio dal suo isolato. Nato nel 1989, McClean è cresciuto in un clima di forte tensione repubblicana, dove la violenza era parte integrante della quotidianità. "Imparare a costruire una bomba carta è stata una delle mie prime lezioni di vita, l'avevo già imparato a undici anni", ricorda con amarezza, citando anche il rapporto Saville e le scuse ufficiali dell'ex primo ministro David Cameron per quel massacro definito ingiustificabile. Oggi, guardando ai suoi quattro figli, esprime sollievo per il fatto che vivano in un'epoca diversa, libera dai conflitti che hanno martoriato la sua giovinezza, con l'unico desiderio che possano essere semplicemente orgogliosi della propria identità irlandese.

















