David Dein non dimentica il 18 aprile 2007, il giorno in cui la sua avventura all'Arsenal è terminata in modo brusco e senza preavviso. L'ex co-proprietario e vice presidente dei Gunners, oggi ottantaduenne, ha rivelato in un'intervista al podcast High Performance come sia stato allontanato dal club londinese con cui aveva condiviso oltre due decenni di storia. Una storia gloriosa, che comprendeva il ruolo cruciale nella fondazione della Premier League nel 1992 e la presidenza durante la stagione memorabile del 2003-04, quando l'Arsenal conquistò il titolo senza sconfitte.
Secondo il racconto dello stesso Dein, tutto è accaduto in soli tre minuti. «Non sapevo nulla di quella riunione», ha spiegato. «Mi è stato detto semplicemente di andarmene. Quando l'analizzo, credo sia stata una combinazione di gelosia e paura. Forse perché ero considerato il volto del club, oppure perché promuovevo investimenti esterni che il resto del consiglio non gradiva». L'allora presidente Pete Hillswood, un collega e un avvocato erano i soli presenti all'incontro. Un verdetto già scritto, una decisione unanime del consiglio che gli ordinava di lasciare immediatamente la società.
Ciò che più colpisce della testimonianza di Dein è la mancanza di dialogo costruttivo. «Non c'è mai stato un vero dibattito sulla mia partenza», ha sottolineato. «È stato uno shock completo. Tutto si è risolto in circa tre minuti». La visione di Dein era quella di trasformare l'Arsenal in una potenza finanziaria capace di competere al massimo livello europeo. «Nessuno dei nostri amministratori aveva le risorse economiche necessarie. Io cercavo partner esterni che potessero elevare il club al livello successivo», ha continuato.
Ma il colpo più duro è arrivato dopo. Mentre Dein raggiungeva l'auto nel parcheggio, il suo telefono personale ha smesso di funzionare. La società aveva disattivato il numero prima ancora che abbandonasse gli uffici di Highbury. Una mossa che rappresenta simbolicamente la durezza della rottura. «Ho dovuto guidare verso casa senza poter contattare nessuno», ha concluso amaramente. Oggi, quasi due decenni dopo, la ferita non sembra del tutto rimarginata.























