La notizia della colpevolezza del Manchester City in merito alla maggior parte delle 115 accuse di violazione delle norme finanziarie ha scosso profondamente le fondamenta del calcio inglese, riaprendo ferite mai del tutto rimarginate per molti club della Premier League. Tony Pulis, lo storico allenatore che guidò lo Stoke City nella memorabile finale di FA Cup del 2011, ha dato voce al malcontento collettivo dichiarando apertamente di sentirsi tradito dal sistema. "Mi sento derubato: quando riceverà lo Stoke City la sua FA Cup?", ha chiesto provocatoriamente il tecnico, riflettendo un sentimento che accomuna migliaia di tifosi dei "Potters" fin dal momento in cui è stata resa nota la sentenza. Sebbene il percorso legale sia tutt'altro che concluso, dato che il Manchester City presenterà quasi certamente un ricorso, l'attuale verdetto ha lasciato un sapore estremamente amaro in chi ha vissuto quel periodo storico sul campo, sentendo oggi che quella competizione non si è svolta su un piano di parità.
Quella giornata di maggio a Wembley rappresenta ancora oggi uno dei punti più alti, se non il culmine assoluto, dei cinquant'anni di carriera di Pulis trascorsi tra calcio giocato e panchina. Lo Stoke City si presentò all'appuntamento con la storia sostenuto da una marea biancorossa che intonava le note di "Delilah", con tifosi giunti da ogni angolo del pianeta e disposti a spendere fortune o a indebitarsi pur di poter dire un giorno: "Io c'ero". Di fronte a loro c'era un Manchester City che non vinceva un trofeo importante da ben 35 anni, ma che stava già gettando le basi per il suo futuro dominio assoluto attraverso investimenti in cartellini e ingaggi che nessuna squadra delle dimensioni dello Stoke avrebbe mai potuto sognare di pareggiare. La disparità economica era evidente già allora, ma oggi assume contorni decisamente più controversi alla luce delle accertate violazioni dei regolamenti finanziari della lega.
Analizzando i dettagli tecnici ed economici di quella sfida, Pulis ha ricordato come Yaya Touré, l'autore del gol decisivo per l'1-0 finale, percepisse uno stipendio circa dieci volte superiore a quello di qualsiasi giocatore presente nella rosa dello Stoke City. Il solo centrocampista ivoriano, acquistato dal Barcellona nel 2010, era costato da solo più dell'intero undici titolare schierato dai Potters in quella finale. Nonostante l'enorme divario finanziario, i giocatori di Pulis offrirono una prestazione di immenso sacrificio e dedizione, cadendo solo di misura contro una squadra di superstar guidata da Roberto Mancini. All'epoca, la delusione per la sconfitta fu parzialmente mitigata dalla consapevolezza di aver lottato contro un'élite sportiva, ma la recente conferma delle violazioni commesse tra il 2009 e il 2018 cambia radicalmente la percezione di quel risultato, trasformando il merito sportivo in un vantaggio ottenuto illegalmente fuori dal campo.
Il sentimento di ingiustizia espresso dall'ex allenatore coinvolge direttamente anche la proprietà dello Stoke City, la famiglia Coates, che per decenni ha finanziato il club della propria comunità con passione, trasparenza e spirito di sacrificio. Per Peter, Denise e John Coates, quella finale doveva essere il giusto premio per anni di sforzi economici e morali, rappresentando quel "giorno di gloria" che i piccoli club e i loro sostenitori sognano per una vita intera. Invece, quel sogno è stato infranto da una società che, secondo le sentenze attuali, ha sistematicamente ignorato le regole finanziarie per accumulare titoli e dominare il panorama nazionale per oltre un decennio. Ora che la colpevolezza è stata stabilita, il mondo del calcio inglese si interroga su quali saranno le sanzioni effettive e se ci sarà mai un modo per risarcire, almeno moralmente, chi ha giocato secondo le regole perdendo contro chi ha scelto di aggirarle per raggiungere la vetta.

















