Katja Snoeijs, attaccante olandese dell'Everton, ha deciso di rompere il silenzio sulla sua lotta contro l'endometriosi, una malattia che colpisce una donna su dieci e che l'ha temporaneamente allontanata dai campi. La 29enne ha raccontato come i sintomi si siano aggravati fino a costringerla a lasciare il terreno di gioco durante una partita della scorsa stagione, un momento cruciale che le ha fatto capire che non si trattava di comuni dolori mestruali.
Durante una gara con l'Everton, Snoeijs è stata costretta a chiedere la sostituzione a fine primo tempo a causa di un dolore acuto e lancinante all'addome così intenso da impedirle di stare in piedi. «È stato il momento in cui ho capito che dovevo fare qualcosa», ha spiegato l'olandese. «In campo non riuscivo più a correre fisicamente. Avevo preso molti antidolorifici, ma niente funzionava». La calciatrice ha rivelato che i disturbi la seguivano da adolescente, ma li attribuiva a normali crampi mestruali fino a quando non hanno iniziato a compromettere le sue prestazioni sportive.
L'endometriosi è una patologia caratterizzata dalla crescita anomala di tessuto simile al rivestimento uterino in altre zone del corpo, causando infiammazione e dolore cronico. A marzo di quest'anno Snoeijs si è sottoposta a un intervento in artroscopia, riuscendo poi a recuperare completamente in tempo per la sfida contro il Liverpool nel derby di Merseyside. La 29enne si ritiene fortunata: ha ricevuto la diagnosi in soli dodici mesi, mentre la media nazionale nel Regno Unito è di ben nove anni. «A Natale scorso gli spasmi sono stati così forti che ho dovuto restare a letto per tre giorni», ha raccontato amaramente.
L'obiettivo di Snoeijs nel parlare pubblicamente della sua esperienza è incoraggiare altre donne a non sottovalutare i segnali del corpo e a cercare aiuto medico. «Molte donne ricevono la risposta che è normale soffrire così durante il ciclo, ma non è vero. Non è normale passare tre giorni a letto dal dolore», sottolinea l'attaccante, che all'Everton milita dal 2022. Il suo messaggio è chiaro: fidarsi del proprio istinto e non accettare spiegazioni superficiali quando il corpo manda segnali d'allarme. «Come atlete siamo abituate a resistere, a spingere oltre i nostri limiti. Ma a volte quello che percepiamo come forza è solo autolesionismo».

















