La prima caduta stagionale della Juventus sul campo del Sassuolo non può essere derubricata a semplice incidente di percorso, ma appare piuttosto come l'inevitabile epilogo di un trend preoccupante. Nelle prime uscite di questo campionato, la formazione guidata da Luciano Spalletti non aveva mai convinto pienamente, palesando una cronica difficoltà nel produrre gioco e, soprattutto, nel finalizzare la manovra offensiva. Se una settimana fa il difensore Gatti era riuscito a mascherare le lacune con un gol provvidenziale in pieno recupero, a Reggio Emilia il copione non si è ripetuto nonostante il tentativo di Zhegrova. Gli errori difensivi grossolani e una gestione tattica definita quasi dilettantesca hanno condannato i bianconeri a un baratro che mette seriamente in discussione le scelte dell'allenatore toscano.
Il tecnico del Sassuolo, Alberto Aquilani, ha interpretato la sfida con un pragmatismo d'altri tempi, schierando un blocco difensivo basso capace di chiudere ogni varco per poi colpire con ripartenze fulminee. Quello che un tempo veniva chiamato catenaccio è oggi definito modernamente come una strategia di attesa e contropiede, ma la sostanza non cambia di fronte a una Juventus incapace di trovare contromisure efficaci. Il portiere Vicario è stato chiamato agli straordinari in diverse occasioni, mentre l'attaccante neroverde Esposito si è rivelato una spina nel fianco costante per la retroguardia juventina. Il suo diagonale chirurgico ha evidenziato le fragilità della difesa ospite, spesso lasciata scoperta dalle proiezioni offensive sconsiderate dei centrocampisti che hanno lasciato praterie agli avversari.
Analizzando le prestazioni individuali, emerge una lentezza di manovra esasperante che ha facilitato il compito dei padroni di casa per tutta la durata del match. Douglas Luiz non ha garantito il dinamismo necessario per scardinare le linee strette del Sassuolo, mentre Teun Koopmeiners, adattato in un ruolo non propriamente suo per sopperire all'assenza di Locatelli, è apparso eccessivamente timido e poco incisivo nei contrasti. Nonostante gli sforzi sugli esterni di Alajbegovic e Conceiçao, che hanno cercato di creare superiorità numerica con alcune fiammate individuali, il pallone non è quasi mai arrivato in modo pulito al centro dell'area. Questo ha reso vano ogni tentativo di aggiramento delle barricate erette da Aquilani in un Mapei Stadium ribollente di entusiasmo per l'impresa compiuta.
Il vero nodo gordiano per Spalletti rimane però l'astinenza realizzativa di Kolo Muani, il cui rendimento sta iniziando a preoccupare seriamente l'ambiente bianconero e la dirigenza. L'attaccante francese sembra smarrito all'interno degli schemi del tecnico, incapace di sfruttare gli spazi o di farsi valere nei duelli fisici con i difensori avversari, finendo spesso per essere neutralizzato dai raddoppi di marcatura. Con una rosa falcidiata dalle assenze e poche alternative di spessore in panchina, la gestione del gruppo diventa un esercizio di equilibrismo sempre più complesso per lo staff tecnico. Le giustificazioni filosofiche fornite dall'allenatore nel post-partita iniziano a perdere di credibilità di fronte a risultati che tardano ad arrivare e a una classifica che non aspetta nessuno.
In vista dei prossimi impegni di Serie A, la Juventus è chiamata a una rapida inversione di tendenza per non perdere contatto con le posizioni di vertice della classifica. Non basta più parlare di estetica del gioco o di identità tattica se poi mancano la concretezza e la cattiveria agonistica necessarie per vincere le cosiddette partite sporche contro avversari sulla carta inferiori. La critica sportiva sottolinea come, in momenti di evidente difficoltà, servirebbe meno filosofia e più pragmatismo, abbandonando quel sistema di gioco troppo sbilanciato visto a Reggio Emilia. Spalletti dovrà dimostrare di saper correggere il tiro e di saper motivare un gruppo che sembra aver smarrito la bussola, per evitare che questa sconfitta diventi l'inizio di una crisi ben più profonda.

















